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Belgrado, attacco terroristico all'ambasciata di Israele: ecco cosa sappiamo

BELGRADO La tensione del Medioriente allunga, a sorpresa, la sua nera ombra nel cuore dei Balcani, con quello che le autorità locali in Serbia, ma anche il ministero degli Esteri di Israele, hanno subito definito «atto di terrorismo» di matrice islamista, seppur dalle caratteristiche insolite, soprattutto per quanto riguarda l’arma utilizzata.

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Attentato compiuto davanti all’ambasciata di Israele a Belgrado, capitale serba non abituata a episodi terroristici. Ma il mondo cambia, in peggio. Lo si è osservato sabato intorno alle 11, davanti alla rappresentanza diplomatica israeliana, localizzata nel quartier di Dedinje: edificio super-protetto, con alte mura, cancellate e guardie armate all’ingresso, una vera fortezza.

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Nei pressi dell’entrata, tuttavia, è avvenuto l’attacco, quando un individuo, il volto coperto da una mascherina, ha aperto la porta della guardiola della polizia e, «utilizzando una balestra» sportiva di colore nero, «ha colpito al collo» un membro della Gendarmeria serba che si trovava all’interno, ha raccontato il ministro degli Interni serbo, Ivica Dacic.

L’agente, Milos Jevremonovic, di 34 anni, seppur ferito gravemente «è riuscito a rispondere con la propria arma d’ordinanza, ferendo l’assalitore, poi deceduto per le ferite riportate», ha illustrato sempre Dacic.

Il poliziotto, hanno successivamente riferito i medici, è stato condotto in ospedale per essere sottoposto a intervento chirurgico, concluso con successo, per la rimozione della freccia rimasta conficcata nel collo.

Indagini per terrorismo

Qualche altro importante dettaglio sul caso è arrivato nel pomeriggio dallo stesso Dacic, che ha confermato che Belgrado indaga per «terrorismo» e che l’attentatore sarebbe stato un serbo «convertito al wahabismo», con possibili altri complici, ora attivamente ricercati. Si tratta di tal Milos Zujovic, di soli 25 anni, originario di Mladenovac, ma residente a Novi Pazar, sempre in Serbia. Il giovane, dopo essersi convertito alla religione islamica, aveva preso il nome di Salahudin.

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«Condanniamo con vigore l’atto terroristico» contro l’ambasciata israeliana e la Serbia «è in grado di rispondere» con determinazione a eventuali, simili, nuove minacce, ha affermato da parte sua il premier serbo, Miloš Vučević.

Vučević che ha definito il gesto «un atto odioso, che non si può attribuire a una religione o a una nazione, commesso da un individuo con nome e cognome», mentre il presidente serbo Vučić ha avuto parole di lode verso l’agente «che ha liquidato il terrorista».

Balcani che, fino a una decina di anni fa, erano stati area di reclutamento per militanti dello Stato Islamico, un fenomeno poi prosciugatosi. E che non sono un’area generalmente interessata da atti di terrorismo ma, come a Belgrado, ci sono state eccezioni in passato.

Eccezioni come l’attacco del 2011, quando Mevlid Jasarevic, un bosniaco radicalizzato e anche lui, come l’attentatore di Belgrado, vicino al wahabismo, aprì il fuoco con un kalashnikov contro l’ambasciata americana a Sarajevo. Jasarevic sparò ben 105 colpi contro l’edificio, ferendo gravemente un agente di polizia.

Allora intervenne un cecchino delle forze dell’ordine per neutralizzare il terrorista, infine catturato, processato e condannato a 18 anni di prigione, pena poi ridotta a 15.

Nel 2015, sempre in Bosnia, un altro ancora più grave fatto terroristico, l’assalto a una stazione di polizia di Zvornik, con due feriti, un morto tra gli agenti e l’assalitore, tale Nerdin Ibric, ucciso durante l’attacco. Secondo le autorità locali, anche in questo caso l’uomo avrebbe avuto legami con il wahabismo.

Nel 2018 toccò invece al piccolo Montenegro aver paura, quando un uomo, reduce delle guerre jugoslave, pare su posizioni ultranazionalistiche e anti-Nato, lanciò una granata contro l’ambasciata americana a Podgorica, fortunatamente senza provocare feriti, prima di suicidarsi. In quel caso, tuttavia, le autorità locali non qualificarono come vero e proprio atto di terrorismo l’azione dell’uomo.

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