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Nazione & finanza. Il premierato dà la risposta giusta ai mercati: ecco perché farà bene all’economia

Sentiamo spesso i commentatori economici parlare di “spavento dei mercati”. Il pensiero corre subito a guerre e altre calamità. Ecco, non servono eventi così drammatici per far crollare le Borse e rallentare gli investimenti. Pensate solo a quello che è successo martedì 11 giugno, dopo il risultato delle Europee e la profonda incertezza in Francia e Germania: FtseMib -1,7%, Dax di Francoforte -0,7%, Cac40 di Parigi -1,2%.

Questi sono i costi dell’incertezza il giorno dopo un’elezione importante. I Mercati chiedono, di norma, tre cose a uno Stato per investire su di esso: stabilità politica, tutela di investimenti e proprietà privata, un sistema giudiziario da primo mondo. Il premierato è chiaramente la migliore risposta al primo punto. È, anzi, probabilmente la migliore risposta che il Sistema Italia sia riuscito a produrre in 80 anni di democrazia. Ma la stabilità vale così tanto? Facciamo una breve analisi.

La BCE definisce la stabilità finanziaria come “la condizione per cui il sistema finanziario, comprendente intermediari, mercati e infrastrutture di mercato, è in grado di resistere agli shock e alla brusca correzione degli squilibri finanziari.”. Sappiamo tutti essere un parametro fondamentale dell’azione di Francoforte tanto da far arrivare i tassi al 4,5%, partendo da tassi addirittura negativi, tutto nel tentativo di raffreddare i prezzi bloccandone la corsa determinata da materie prime e guerre. Nonostante i problemi che questo ha generato. La Stabilità viene prima.

Prendiamo, invece, un esempio storico italiano: il boom economico. Nei cinque anni a cui si ascrive questo enorme risultato economico (che ci portò di scatto a primeggiare in Europa e nel mondo a livello industriale) ci furono tre Presidenti del Consiglio: due furono nel 1960 (Segni e Tambroni) e rimasero in carica cinque mesi complessivi. Il resto del quinquennio fu saldamente in mano a Fanfani. Che cambiò compagine ministeriale tre volte, ma ottenne importanti riforme. E i risultati economici si sono visti: tra il 1958 e il 1963 il prodotto interno lordo italiano si attestò su un incremento del 6,3% annuo, inferiore solamente a quello tedesco. Altro, breve, esempio: il Governo Craxi. L’inflazione nel periodo 1983-1987 scese dal 12,30% al 5,20%, e lo sviluppo dell’economia italiana vide una crescita dei salari (in quattro anni), di quasi due punti al di sopra dell’inflazione. L’Italia divenne il quinto Paese industriale avanzato del mondo”.

In definitiva, per concludere, mi riconosco nelle parole di Gian Luca Gregori, rettore dell’Università Politecnica delle Marche e presidente di Webuild: “I mercati, soprattutto quelli finanziari, vivono ragionando in termini di aspettative. Dare una certezza per un periodo piuttosto lungo, nel quale non si modificano determinate condizioni, può essere uno dei fattori di tranquillità per consentire di realizzare operazioni che altrimenti non si sarebbero poste in essere”. Il premierato è vitale per un rilancio stabile e senza scorciatoie (vedasi il Bonus 110%) dell’economia Italiana. La quale prospera quando gli investimenti aumentano e soffre in ogni altro momento. Avendo, dunque, bisogno più di ogni altra cosa di stabilità.

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