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Tre studenti suicidi in due mesi, il presidente degli Psicologi: «Ragazzi, abbiate coraggio di chiedere aiuto»

Tre giovani studenti, tre tragedie immani. Tre di troppo, verrebbe da dire facendo parlare le emozioni. In ogni caso un bilancio con cui la società deve fare i conti. Capire e intercettare il disagio giovanile diventa quindi la missione per fornire un futuro diverso ai ragazzi.

«Gli strumenti per aiutare ci sono e, sebbene perennemente sotto finanziati, funzionano. I ragazzi devono trovare il coraggio di farsi dare una mano quando sentono di essere in difficoltà», è l’appello di Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto.

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Una risposta che fa fronte alle emergenti difficoltà dei giovani, a volte “distaccati” dalla vita a causa dei social, e allo stesso tempo perennemente connessi al mondo. Un dialogo con Pezzullo ha rivelato problemi e soluzioni di fronte a queste situazioni di emergente difficoltà delle nuove generazioni.

Padova registra la terza tragedia nell’arco di due mesi. Cosa sta succedendo ai giovani?

«Quello che è successo non può essere trattato nello specifico, perché naturalmente ogni situazione ha le sue complessità specifiche. Ma è indubbio che si debba fare una riflessione sul sistema di gestione del malessere interiore. Al tema del disagio psicologico si tendono a destinare poche risorse economiche e poche risposte. In Veneto ci sono appena 25 psicologi ogni centomila abitanti, contro gli oltre 40 dei Paesi del Nord Europa. Si parla quindi di un problema strutturale, con una presenza di professionisti ridotta rispetto alle esigenze».

Vuole dire che c’è una carenza di cultura della cura?

«Spesso si dice sia così. Ma questo era vero forse fino a vent’anni fa, e si rispecchia nelle problematiche della popolazione più adulta, tra generazioni che hanno sempre visto con reticenza la psicoterapia. In realtà a livello giovanile la sensibilità è molto alta nei confronti della ricerca di supporto e condivisione dei propri disagi e sentimenti. Basti prendere ad esempio la Generazione Z che dimostra quanto i ragazzi siano attenti al tema del benessere psicologico».

In che modo?

«Per spiegarmi meglio porto ad esempio il tema del cosiddetto Bonus psicologo. A noi sono arrivate 800 mila richieste di assistenza psicologica. Di queste, moltissime se non la stragrande maggioranza, era di cittadini under 35. Parliamo di giovani adulti e adolescenti che chiedono e pretendono un’assistenza psicologica, non come un semplice servizio ma come un diritto».

Se così tanti giovani chiedono assistenza non significa anche che ci sono più problematiche? Si parla molto dei danni causati dal Covid e dai social.

«È vero anche questo. Quando si parla di Generazione Z si parla di una generazione nata con i social, di nativi digitali. Per questi giovani non c’è distinzione tra online e offline, ma è tutto mescolato. Si usa infatti un termine specifico per definire questa condizione: onlife. Una fusione delle due parole per indicare i giovani che vivono in un ponte tra le due realtà, quella virtuale e quella reale».

E questo cosa comporta, per i giovani?

«Da un lato è vero che i social mettono in contatto in modo permanente, con legami che sono però più deboli e superficiali. Dall’altro però si sta vedendo un deterioramento e una perdita di importanza dei gruppi di amici come di contenitori sociali».

Contenitori sociali?

«Esatto. Sono tutte quelle relazioni come le squadre sportive, o i compagni di classe, e le cerchie di amici, in cui tutti noi cresciamo e ci relazioniamo con il mondo».

Cosa si fa per dare una soluzione al problema?

«Innanzitutto ci sono gli sportelli, sostenuti sia dalla Regione che dai singoli Comuni. Sono efficaci, sebbene sempre sotto finanziati. Forniscono un aiuto ai giovani per ricollegarsi all’attenzione alle relazioni».

E ci sono anche progetti mirati?

«Noi come Ordine degli Psicologi abbiamo firmato un accordo con il Coni Veneto. Lo sport è uno dei contenitori sociali più importanti, dove si cresce, e si creano legami e connessioni. Affiancandoci allo sport possiamo aiutare i ragazzi a riappropriarsi di quei legami personali. Simili progetti saranno realizzati anche con le scuole».

Ogni caso è specifico e ha le sue sfaccettature, ma in due mesi in città abbiamo visto due tragedie molto simili: due studenti universitari fuorisede che hanno compiuto gesti estremi. Che riflesisone si può fare?

«Per uno studente che cambia città per motivi di studio è sempre difficile. Una nuova città, un nuovo mondo. E spesso si tratta di giovani adulti a cui viene chiesto di cambiare identità, e iniziare una vita da soli. Insomma, di crescere. È indubbiamente un fattore di rischio lasciare casa, ma i ragazzi devono essere proattivi se sentono del disagio crescere dentro di loro. Devono trovare il coraggio di chiedere aiuto. Anche gli amici hanno un ruolo, e devono aiutare sempre quando vedono avvisaglie di difficoltà: prima si interviene, e più facile è prevenire un malessere più profondo. Navigare la vita alla fine è uno sport di squadra».

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