Il medico-martire poteva evitare il lager, Voghera lo ricorda con una pietra d’inciampo
VOGHERA. Sarebbe bastato un giorno per cambiare il tragico destino di Giovanni Mercurio, medico partigiano morto a Mauthausen; 24 ore dopo il suo trasferimento dalle carceri al castello di Voghera, il blitz dei “ribelli” avrebbe portato alla liberazione di Pietro Denari, figura di spicco del Cln cittadino, e di altri antifascisti detenuti. Per il friulano (di Udine) Mercurio, invece, non ci fu nulla da fare. lì. Da via Romagnosi a Pavia, finì a San Vittore e poi al campo di smistamento di Bolzano. Il 20 novembre del ’45, la deportazione nel terribile lager austriaco: il suo decesso venne registrato il 22 aprile 1945 per “bronchopneumonie”. Voghera gli renderà omaggio con la posa di una pietra d’inciampo: la cerimoinia è in programma martedì alle 15,30 nei giardini di via Cernaia-angolo via Cavour.
Classe 1891, laureato in Medicina, attivista della Fuci (la federazione degli studenti universitari cattolici), ufficiale dell’esercito nei Balcani, Mercurio dopo l’armistizio dell’8 settembre prende contatto con gli ambienti dell’antifascismo cattolico milanese, in particolare con Achille Marazza, Enrico Mattei (futuro capo dell’Eni) e altri, gli stessi che indirizzano alla Resistenza anche il rettore del Ghislieri, Teresio Olivelli. Medico al manicomio vogherese, ripara in Valtellina, con l’intenzione di passare in Svizzera, quando Salò rende obbligatoria l’adesione alla repubblica sociale neofascista dei dipendenti ospedalieri; poi raggiunge la zona di Romagnese e Zavattarello, assumendo un ruolo attivo nella lotta di Liberazione. Incaricato di tenere i contatti con la pianura, Mercurio partecipa anche a diverse azioni di sabotaggio con i giellisti di Capitan Giovanni (Giovanni Antoninetti). Viene arrestato a Varzi, con l’accusa di aver assistito e curato partigiani malati o feriti in combattimento.
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Il raid che avrebbe potuto salvarlo dalla morte nel lager scatta il 26 settembre del 44. Cinque partigiani, travestiti da fascisti (si tratta di Mario Chiesa, Franco Quarleri, Ermanno Gabetta, Alessandro Pini e Giuseppe Penko) si presentano al castello e, dopo aver immobilizzato la guardia che li ha fatti entrare, liberano Denari (su cui pende la condanna a morte del tribunale), Ettori Borlotti e altri tre detenuti politici. Non Mercurio, che a quell’ora si trova già in una cella di via Romagnosi a Pavia, e neppure Bianca Ceva, giovane resistente, sorella di Umberto, chimico vicino a Giustizia e libertà, morto suicida in carcere negli anni Trenta, schiacciato dalla falsa accusa montata ad arte dalla polizia segreta del regime, di aver fabbricato l’ordigno dell’attentato di piazzale Giulio Cesare a Milano (la bomba della Fiera campionaria), costato oltre trenta morti.
Bianca Ceva verrà comunque liberata alcuni mesi più tardi, mentre la sorte del dottor Mercurio è segnata. Non riuscirà a sopravvivere agli stenti, alla fame, alle percosse di Mauthausen. Neppure Quarleri e Gabetta, due dei componenti del commando partigiano, vedranno la fine della guerra e la Liberazione: entrambi sono stati decorati con la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.