Per l’autrice televisiva Rai Lucia Rossetti «il Canavese è un sottofondo emotivo»
IVREA. Lucia Rossetti, classe 1964, eporediese doc, è molto nota per essere autrice televisiva, sceneggiatrice e formatrice. Il programma per bambini L’albero azzurro si è arricchito con il suo contributo, ma oggi cercheremo di scoprire qualcosa in più su di lei, a partire da come la sua terra d’origine abbia influenzato la sua carriera artistica e creativa. Quali sono gli elementi tipici del Canavese che trovano spazio, in qualche modo, nel suo lavoro?
«Il Canavese è stato ed è ancora un punto di riferimento profondo, quasi un sottofondo emotivo. La natura, la lentezza, le storie delle persone, semplici e insieme complesse, il senso di comunità e di distanza: tutto questo si è sedimentato nel mio modo di guardare e raccontare. Ho scritto centinaia di episodi e ogni volta che dovevo partire da un “seme” per far nascere la storia uscivo di casa e facevo una breve passeggiata per le vie del centro o al lago, nel bosco. In ogni puntata creata c’è un pezzetto della mia terra e del mio ambiente».
Nella sua vita avrà affrontato molti viaggi: quali sono i luoghi che ha visitato che maggiormente l’hanno ispirata?
«Vivo a Ivrea, ma da circa due anni lavoro a Roma, in Rai, con lunghi periodi di trasferta. Ogni città lascia qualcosa. In particolare Roma, che mi ha dato l’intensità e il ritmo del lavoro. Forse sembrerà strano, ma nella capitale mondiale dell’arte ciò che mi toglie il fiato è la luce che investe le architetture e le strade e le rende ancora più belle. Ivrea è il tempo per riflettere: scendo dal treno e sento il profumo dell’aria, me ne nutro letteralmente, lo gusto. Poi c'è Bologna, dove condivido progetti con colleghi che si occupano di storie e narrazione, ed infine Napoli, per puro amore di una città che ti abbraccia in un modo tale da non poterne più fare a meno».
Nel suo lavoro ha mai raccontato temi o storie legate alla cultura e alla storia del Canavese?
«Sì, ho sempre portato avanti una ricerca teatrale che affonda le radici nel territorio. Penso ai lavori con la compagnia Andromeda, che è stata per me uno spazio di sperimentazione e di racconto collettivo molto importante. E poi ai progetti dedicati alla memoria industriale e sociale del Canavese: i musical sull’esperienza Olivetti, ma anche quello sul Carnevale eporediese e sul mondo operaio della fabbrica Montedison (la celebre “Suà”) che è stato un luogo simbolico per generazioni di lavoratori e lavoratrici».
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Come sono nati, invece, Dodò e L’albero azzurro che tante generazioni hanno conquistato?
«L’albero azzurro nasce nei primi anni ’90 da un’idea profondamente innovativa, frutto di una scelta coraggiosa della Rai: contrastare l'invasione dei prodotti televisivi commerciali degli anni ’80, spesso gridati e iper-stimolanti, con un progetto pensato davvero per i bambini. La Rai decise di affidare la nascita di un nuovo programma per l’infanzia non a logiche di mercato, ma a un gruppo di artisti, scrittori, autori televisivi e pedagogisti, con il supporto scientifico del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna guidato da Piero Bertolini. Fu una vera e propria rivoluzione: un progetto di educazione attiva, che non voleva insegnare, ma imparare insieme ai bambini. E in questo contesto nasce Dodò, un cucciolo curioso e imperfetto che non spiega la realtà, ma la esplora. L’albero, creato da Gastone Mariani dell’Accademia di Brera a Milano, diventò il luogo-magico-casa, lo sfondo su cui si svolgevano le avventure quotidiane di Dodò e dei suoi amici. Il pupazzo Dodò fu ideato da Tinin Mantegazza, che disegnò una figura semplicissima: un becco mobile, un pigiamino a pois dipinti a mano, occhi di palline da ping-pong e due ciuffi di lana. Eppure quella semplicità conteneva tutto: ironia, fragilità, voglia di scoprire il mondo».
L’albero azzurro è stato un esempio unico di televisione educativa e affettuosa: nel corso degli anni Dodò ha visto molte evoluzioni. Ce le può raccontare?
«Nel tempo, il programma ha conosciuto diverse evoluzioni, ma un cambiamento importante avviene nel 2006. In linea con l’insegnamento di Bruno Munari: “Complicare è facile, semplificare è difficile”. Si abbandona così la scenografia connotata teatralmente per entrare in uno spazio astratto e poetico: un grande limbo bianco, privo di riferimenti realistici. È come un foglio bianco, ancora da disegnare: è lo spazio della fantasia dei bambini, dove Dodò e i suoi amici si muovono liberi, evocando l’antica e meravigliosa regola dell’infanzia: “Facciamo finta che…”. In questo spazio rarefatto ogni oggetto è scelto con cura, ogni dettaglio ha valore. Pochi elementi essenziali, grande attenzione alla forma, al colore, alla bellezza».
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La televisione per bambini ha subito molte trasformazioni. Come si può mantenere un equilibrio tra innovazione e tradizione all’interno della televisione?
«È una sfida continua. I linguaggi cambiano, ma i bisogni profondi dei bambini restano. L’equilibrio si trova rispettando quei bisogni: sicurezza, scoperta, immaginazione. La tradizione offre solidità, l’innovazione porta freschezza. Ma non bisogna rincorrere le mode. I bambini, più degli adulti, sentono se un contenuto è sincero o costruito».
Ci sono stati collaboratori o figure artistiche con cui ha lavorato a stretto contatto che la influenzano per il suo lavoro?
«Quando ho iniziato a lavorare per L’albero azzurro è stato Mauro Carli, allora capo autore, a insegnarmi tutto. In particolare le tecniche complesse di scrittura che reggono l’intera architettura narrativa del programma e soprattutto il senso profondo di responsabilità che accompagna ogni fase del processo creativo e realizzativo. Da allora, e fino ad oggi, ho avuto accanto una figura fondamentale: Donatella Rorro, produttrice esecutiva ma anche autrice del programma, che ne segue la realizzazione con una cura che definire commovente non è esagerato. Non potrei, però, raccontare L’albero azzurro senza citare gli altri autori, insostituibili: Andrea Fazzini e Sebastiano Di Bella, che cura anche la parte di studio. L’attuale regista Marta Manassero ha dato al programma uno sguardo visivo fresco e coerente. I conduttori sono meravigliosi: Laura Carusino e Andrea Beltramo (anche lui canavesano, originario di Cuorgnè, ndr) sanno creare un rapporto autentico con il piccolo pubblico. E ovviamente il ruolo principale ce l’hanno i bambini stessi: osservare come reagiscono, come ridono o si emozionano è la guida più autentica».
Si sta occupando di altri progetti, anche extratelevisivi?
«Confesso che, accanto al lavoro televisivo, sto portando avanti con grande passione un mio progetto che unisce le tecniche di narrazione e sceneggiatura a un ambito formativo: il mentoring creativo rivolto ai più giovani. Si tratta di un percorso che ho chiamato Ritratto narrativo e che consiste in attività di ascolto, dialogo, scrittura e immaginazione per aiutare ragazze e ragazzi a mettere a fuoco il proprio talento autentico. Molti giovani oggi si sentono smarriti, bloccati, privi di direzione. Con questo metodo cerco di aiutarli a trasformare la confusione in visione, la frustrazione in progetto, l’apatia in energia creativa».
Che consiglio darebbe ai giovani che vogliono intraprendere una carriera da autori della televisione nel mondo dell’infanzia?
«Non abbiate fretta di scrivere. Osservate i bambini, entrate nei loro giochi, nei loro silenzi. E poi cercate sempre la verità, anche nella fantasia. Non scrivete per compiacere, ma per accompagnare. E siate gentili: la gentilezza è un linguaggio rivoluzionario, soprattutto per chi scrive per l’infanzia».