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“Breathe”, nel thriller di Bristol il bunker è un personaggio

san martino

Tra i titoli destinati a essere più discussi dell’estate 2025 (il pubblico che l’ha visto si divide tra chi ammira il coraggio di una scommessa narrativa e chi vorrebbe una messa in scena più solida) rientra indubbiamente “Breathe – Fino all’ultimo respiro”, il thriller fantascientifico diretto da Stefon Bristol che in questi giorni è programmato nei Movie Planet di San Martino Siccomario e Parona.

L'ambientazione è da incubo: la Terra ha esaurito l’ossigeno, la stratificazione dell’aria è più un miraggio che una realtà. Al centro della trama troviamo una madre, Maya (Milla Jovovich), e sua figlia Zora (Quvenzhané Wallis) costrette a vivere in bunker sotterranei, uscendo in superficie solo grazie a un’esclusiva e sofisticata tuta inventata dal marito di Maya, Darius (Common). Quando una coppia misteriosa bussa – pronta a rivelare notizie sul marito scomparso –, Maya accetta l’invito a introdurla nel suo spazio vitale sotterraneo. Ben presto, però, i visitatori si rivelano tutt’altro che innocui, e spuntano conflitti interni tra la tensione materna, le ambizioni adolescenti di Zora e la pressione invisibile del mondo ostile là fuori. Stefon Bristol, reduce dall’esperienza di “See You Yesterday” (2019), tenta di imprimere alla sua opera un minimalismo claustrofobico: il bunker è quasi un personaggio, un organismo vivo che respira – o trattiene il respiro – insieme ai suoi abitanti. La superficie, al contrario, è un luogo arido, vestito di colori desaturati, che amplifica la sensazione di pericolo e di estraneità.

Il cuore narrativo del film non è tanto la fuga o la ricerca del marito, quanto la dinamica madre-figlia. Maya, ferita dalla perdita e dal tradimento, impara a guardare Zora non più come un peso, ma come un’alleata. E Zora, a sua volta, mette in discussione l’autorità di una madre che sembra più una guardiana.g.ar.

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