“In Danimarca se lavori bene scommettono su di te. In Italia solo tirocini e rimborsi spese”
“Dopo due mesi di contratto a tempo determinato mi hanno offerto l’indeterminato, tanti miei amici in Italia fanno solo tirocini a rimborso spese. Qui se fai il tuo lavoro e sai relazionarti con gli altri le aziende sono pronte a scommettere su di te”. Siamo in Danimarca, nella capitale Copenaghen, e a parlare è Matteo Di Felice, 24enne romano che dopo una laurea triennale in Economia e Management nella sua città e una specializzazione in logistica alla Copenhagen Business School, oggi lavora in un’azienda privata nel paese scandinavo.
Quando è stato il momento di iniziare a lavorare, Matteo non ha preso in considerazione l’Italia. “Perfino lo stipendio da studente lavoratore, aggiunto alla borsa di studio, era tre volte superiore a quello che avrei preso da noi ad inizio carriera”, dichiara a ilfattoquotidiano.it. In Danimarca, infatti, se lavori un minimo di 11 ore settimanali da studente hai diritto ad una borsa di studio. La scelta di dove iniziare la propria carriera, però, non si è basata su un mero calcolo economico. “Qui l’equilibrio tra vita privata e lavoro per i propri dipendenti viene ricercato dalle aziende stesse. E nella mia azienda quando comunichi la malattia il datore di lavoro la può registrare anche a fine mese, c’è una logica di dare fiducia ai dipendenti”. Un altro fattore chiave è la responsabilità. “Quando ho iniziato – ricorda Matteo – non portavo i caffè ai capi o ai colleghi più anziani, ma mi venivano assegnate delle mansioni che potevano avere una conseguenza dal punto di vista finanziario dell’azienda. Ovviamente, sei supervisionato, ma fai dei compiti, non li osservi semplicemente aspettando di avere la tua occasione”.
E anche le relazioni tra colleghi e capi seguono logiche diverse. “Nei paesi del Nord Europa c’è una gerarchia orizzontale – afferma Matteo –, io posso andare a giocare a padel con miei capi e poi andare in ufficio. In Italia le gerarchie sono ancora verticali, separate. Qui anche l’amministratore delegato di un’azienda sa che un manager dopo 5 anni potrebbe prendere il suo posto. È la meritocrazia. Non ti chiedono chi sei o da dove vieni. Ti relazioni con i tuoi colleghi? Sei una brava persona anche fuori dal posto di lavoro? Rispetti le deadline che ti vengono affidate? Farai carriera”. E l’attrattività passa anche per la qualità della vita fuori dall’ambiente di lavoro. “Non ci sarà spesso il sole come in Italia – racconta – ma gli stipendi sono adeguati all’inflazione, la burocrazia online funziona, anche sanitaria, e ti permette di risolvere qualsiasi problema in pochi giorni. La città è sicura, una ragazza può girare da sola di notte senza ansie. Se non vuoi usare un’auto ci sono quattro linee di metro che funzionano h24 per una superfice minore di quella di Roma”. A quali condizioni tornerebbe in Italia? “Anche se il mercato del lavoro cambiasse sarebbe un processo lungo. Difficilmente in meno di dieci anni si potrebbe fare un paragone con altri Stati europei. Ed è un peccato vista l’eredità lavorativa italiana, stiamo perdendo il futuro”.
La storia di Matteo è simile a quella di tanti altri giovani, e non solo, che stanno lasciando il Paese. Mezzo milione solo tra il 2022 e il 2024. “Creare le condizioni perché possano restare, o scegliere di tornare, non è semplicemente un dovere: è un imperativo strategico per il futuro stesso dell’Italia”, dice Fabio Di Felice, papà di Matteo e ricercatore italiano, che lo anche in una lettera inviata a Mattarella. “Oggi in Italia un ricercatore guadagna cifre lontanissime dai 70mila euro dei nostri giovani in Danimarca e potrebbe non vederli nemmeno a fine carriera – afferma Eleuterio Spiriti, coordinatore nazionale di Federazione Gilda Unams Dipartimento Ricerca –. Ma più in generale pesa la scarsa considerazione del Paese nei confronti del nostro lavoro. Il nostro sistema spende in media ben oltre 100mila euro per formare un talento che poi, con le sue capacità, arricchirà altre comunità nazionali. Una situazione che deve cambiare”.
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