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«Nel mondo di oggi onestà e rettitudine sono l’unica verità praticata e praticabile»

CUORGNÈ. Si intitola “Nuove lezioni di filosofia. I temi fondamentali del pensiero umano” (Diarkos) ed è l’ultimo libro di Antonio Rinaldis, insegnante di filosofia e storia al liceo Aldo Moro di Rivarolo e docente a contratto all’Università di Milano. Rinaldis ha pubblicato diversi saggi e romanzi. Sempre con Diarkos, nel 2019, aveva pubblicato Brevi lezioni di filosofia. In questo libro torna sull’interrogarsi sul dove cominciare a ripensare il mondo con l’aiuto della filosofia. E, l’inizio, sono i temi fondamentali del pensiero umano. Rinaldis ha risposto a qualche domanda della Sentinella.

Nuove lezioni di filosofia nasce come un ponte tra riflessione filosofica e vita quotidiana. Da dove è nata l'esigenza di questo libro?
«La filosofia appare come un'esperienza privilegiata, un lusso per pochi, che hanno avuto il tempo e la forza di interrogarsi sulle questioni che rendono inquieta e precaria la condizione umana. Tuttavia ogni volta che le persone comuni si avvicinano a un testo filosofico finiscono per scontrarsi con il muro del linguaggio specialistico dei filosofi e abbandonano l'impresa. Il mio libro vuole essere divulgativo, accessibile e stimolante, senza banalizzare e scadere nella chiacchiera. È un'impresa difficile, ma è questo l'intento».

In questo nuovo libro torna su temi "eterni" – amore, morte, verità, bellezza – ma con uno sguardo che sembrerebbe voler restare molto ancorato alla quotidianità. Quanto c’è del professore di liceo in queste pagine, e quanto dell’intellettuale che vuole prendere le distanze dalla stretta attualità?
«Il lavoro di insegnante risponde alla necessità di coinvolgere e incuriosire un pubblico giovane e intellettualmente vergine, quindi il riferimento all'esperienza diretta degli adolescenti è fondamentale, perché non bisogna dimenticare che gli anni del liceo sono i più metafisici, nei quali il corso ordinario dei doveri e della quotidianità non si è impadronito del tempo della vita. Gli adolescenti sono i migliori pensatori, perché non ancora oppressi dalla routine e soprattutto scoprono la loro capacità di pensare autonomamente. Nello stesso tempo permane la vocazione elitaria dell'intellettuale che vorrebbe distinguersi dal resto del mondo, per concentrarsi sugli assoluti, anche in un'epoca di scetticismo e di relativismo».

Come si può pensare oggi alla verità? Quanto conta?
«Oggi la verità non è un pensiero, perché non è più possibile pensare a una verità unica e immutabile. L'unica verità che possiamo sostenere è l'autenticità con cui conduciamo la nostra esistenza. Nel mondo delle maschere, delle menzogne studiate e progettate, l'onestà e la rettitudine sono l'unica verità praticata e praticabile».

A chi pensava mentre scriveva questo libro? A chi vorrebbe fosse diretto?
«Il libro è rivolto a coloro che sentono di avere una passione per la filosofia e che però non hanno mai letto Platone, Aristotele, Kant, e se ci hanno provato non sono riusciti ad andare oltre le prime pagine».

Nel libro parla di filosofia come di uno "strumento efficace". In che modo oggi, secondo lei, la filosofia può ancora guidare l'essere umano in un mondo sempre più complesso e tecnologico?
«Il grande pericolo che rappresenta la tecnica è la liquidazione di tutte quelle ansie umane che non possono trovare una soluzione definitiva. Di fronte alla prepotenza della tecnica, che promette un mondo sempre più organizzato, ma anche ipercontrollato e manipolato, la filosofia è la scheggia impazzita, la pietra dello scandalo che riduce le pretese di onnipotenza dei dispositivi tecnici e ribadisce la precarietà e la fragilità della condizione umana, con le sue domande senza risposta, che però continuano a risuonare tragicamente nel nostro percorso esistenziale».

Scrive con un linguaggio divulgativo ma rigoroso. Come riesce a tenere l’equilibrio tra profondità e accessibilità?
«Credo sia la conseguenza del lavoro di insegnante. Come dicevo prima bisogna comunicare in maniera diretta e accessibile, ma nello stesso tempo mantenere un rigore e una capacità argomentativa, senza le quali il discorso scade e diventa banale opinione, punto di vista, se non addirittura pregiudizio. Ecco bisogna scongiurare proprio il pregiudizio, quel giudizio che viene profferito prima di una riflessione profonda, di una ricerca onesta e non faziosa».

In un mondo dove il confine tra vero e falso è sempre più sfocato, come crede di possa usare la filosofia per "disintossicare" il pensiero pubblico?
«Non si tratta di ripristinare un'idea forte di verità, perché ciò potrebbe facilmente condurre a una forma di dogmatismo, quanto di rendere il discorso pubblico onesto e sincero. Nell'Atene del IV secolo la scuola dei Sofisti sosteneva che ciascuno è misura della verità, per cui come direbbe Pirandello "così è se vi pare". Oggi accade questo: la verità dei discorsi pubblici è puramente linguistica, vince chi ha più capacità dialettica e seduce la grande massa degli ascoltatori; quando parlo di onestà intendo che in assenza di un fondamento forte si deve far prevalere l'elemento dialogico, in cui è previsto il conflitto tra differenti visioni del mondo, che però devono rispondere al criterio della sincerità e della trasparenza. Purtroppo invece il discorso della politica è propaganda, messa in commercio di slogan che non hanno alcuna aderenza con la realtà, ma sono persuasivi e convincenti».

C’è un filosofo che per lei è più che una fonte: una sorta di compagno, una bussola nei momenti di disorientamento?
«La storia della filosofia è come una scatola di arnesi, di utensili, che possono venire utilizzati all'occorrenza. Per questo non c'è un filosofo privilegiato, ma ci sono autori "utili" in alcuni momenti della vita, perché rispondono alle esigenze del momento. Se sei innamorato potrebbe essere d'aiuto leggere Platone, se devi elaborare un lutto potrebbe servirti Epicuro quando parla della morte, se cerchi un senso alla Storia allora puoi leggere Hegel e Marx».

C’è un tema filosofico che sente oggi cruciale ma che ancora trova poco spazio nel dibattito culturale?
«Il panorama filosofico è così complesso e vivace che non credo esista una regione della condizione umana che non sia esplorata. Mi piacerebbe che si potesse creare un ponte di discussione tra credenti e non credenti, non sulla base della contrapposizione tra divino e umano, ma partendo dalla differenza tra Religione e Sacro. L'alternativa tra chi crede e quindi possiede una senso religioso, ultraterreno della vita e tra chi non crede ed è quindi semplicemente materialista è falsa. C'è una dimensione sacra dell'esperienza umana che dovremmo valorizzare, per salvaguardare il carattere intermedio dell'uomo, sospeso tra il divino e il terreno».

Ha una lunga esperienza come insegnante: come vede oggi i ragazzi?
«Ogni volta che degli adulti mi rivolgono questa domanda e lo fanno da circa vent'anni io rispondo sempre nello stesso modo, anche se le generazioni si succedono: i giovani sono sempre gli stessi, anche se il contesto nel quale si muovono muta, perché inalterata è la loro curiosità nei confronti del mondo e della vita. Ogni classe è un frammento variegato dell'umanità. Ci sono i timidi, i superficiali, i problematici, i rissosi, i malinconici, i prepotenti... La cosa che dobbiamo salvaguardare è la convinzione che nel XXI secolo non è anacronistico pensare, anche se le nuove tecnologie suggeriscono che potrebbe essere inutile».

Tra tutti i libri che ha pubblicato ce n’è uno a cui è più legato?
«Non c'è un libro che preferisco; ciascuno costituisce un'apertura verso gli altri, perché non si scrive per se stessi, ma per comunicare, mettere in comune il caos interiore con il labirinto del mondo». —

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