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Italia regina di conti e affidabilità: “spread” mai così basso da 25 anni. Meloni meglio di Monti, Renzi e Conte

Lo “spread” è un’entità astratta, un ectoplasma, un fantasma formaggino. Che però dà l’esatta misura, come il più formidabile dei termometri di precisione, dello stato di salute dell’economia di un Paese. Oggi, quell’elemento metafisico ha emesso un verdetto che il governo Meloni non può che festeggiare come un trofeo di guerra, la guerra dei “tassi” e dei rendimenti sui mercati: lo “spread” ieri è sceso sotto quota 90 (88). Non è mai stato così buono da 25 anni a questa parte, nonostante il contesto europeo di recessione e le economie di “guerra”, quella vera, con le armi, che stritolano i tanto temuti mercati finanziari che decidono se, dove e quando investire risparmio gestito, fondi, retail, profitti di Borsa.

L’Italia s’è quasi mangiata la Germania, che nello stesso terreno di gioco e nello stesso campionato, quello dei conti “globalizzati” ed “europeizzati”, arranca nel Pil e mostra segni di cedimento sull’affidabilità. Il rialzo dei rendimento dei titoli tedeschi spiega poco, perché sono quelli italiani a scendere di più, secondo uno schema che stima l’affidabilità sulla base della disponibilità degli investitori a guadagnare di meno per avere un “rifugio” più tranquillo. Così uno Stato “solido” può finanziarsi sui mercati pagando meno interessi, in sintesi. Il centrodestra, qui in Italia, oggi può rileggere col sorriso le nefaste previsioni di crac e di default formulate dalla sinistra all’indomani della conquista di Palazzo Chigi da parte di Giorgia Meloni.

Spread, dopo le profezie il grande risultato dell’Italia e del governo Meloni

«La destra che si propone di guidare l’Italia è una destra che ha flirtato con l’euroscetticismo. Se seguisse quella strada, l’Italia diventerebbe inaffidabile in Europa e sui mercati», fu la profezia alla “Mago Forrest” di Enrico Letta, all’epoca segretario del Pd, sul disastro che il centrodestra e il governo Meloni, fresco di vittoria alle Politiche, avrebbe provocato sui conti pubblici italiani. E Carlo Calenda? «Se parte una manovra populista senza coperture, i mercati reagiranno. E non c’è più Draghi a garantire», azzardò.
E Giuseppe Conte? In versione “tu vuò fà l’americano” – perché all’epoca si vantava ancora della sua amicizia con Trump battezzata dal nomignolo “Giuseppe” – rilasciò alle agenzia internazionali una gufata mostruosa, in inglese, nella speranza di spaventare i mercati, che però – così come i mercatini di Porta Portese a Napoli e Antignano a Napoli , non se lo filarono manco di striscio: Either Meloni and Salvini backtrack… or I say they are unfit to govern Italy”, disse il leader grillino, che nell’indifferenza del mondo evidenziava come un’eventuale linea populista e conflittuale con Bruxelles avrebbe potuto aumentare lo spread, erodere la fiducia degli investitori e rendere l’Italia un’attività più rischiosa sui mercati internazionali.

Nulla di tutto questo accadde, anzi: dal 2022 i conti italiani iniziarono a migliorare la loro “relationship” con le agenzie di rating internazionali, convinsero l’Europa sull’affidabilità delle politiche economiche del governo Meloni e sedarono i mercati con effetto “valium” che ancora oggi fa sentire i suoi effetti, perfino su quella parolina magica, “spread“, che grazie alle maliziose attività nell’ombra della Bce, determinarono la fine del governo Berlusconi nel 2011, per lasciare spazio al “tecnico dei tecnici”, Mario Monti, mister “lacrime e sangue”, che riportò – sempre con l’aiuto del bazooketto della Bce – il differenziale Btp- Bund tedeschi a livelli rassicuranti.
Oggi le cose vanno ancora meglio, molto meglio.

“Occorre tornare con la memoria alla primavera del 2010 per vedere lo spread tra Btp e Bund sotto quota 90 punti. Silvio Berlusconi era ancora a Palazzo Chigi e il termine spread, che indica il differenziale di rendimento con i titoli di Stato tedeschi e quindi è considerato il termometro della sostenibilità e della forza del debito pubblico, era soltanto per gli addetti ai lavori e non padroneggiato dalla gente comune. Poi la crisi ha fatto schizzare l’indicatore, è crollato un governo, e da allora già scendere sotto quota 100 era considerato un segnale di tranquillità. I rendimenti ieri, in partenza di seduta, lo spread ha fatto segnare 88 punti e il rendimento del Btp a 10 anni è sceso al 3,43 per cento …  Se in passato il differenziale che si restringeva era in parte dovuto a movimenti in rialzo sui titoli tedeschi, in questa fase il merito va alla discesa dei rendimenti italiani…”, scrive oggi la pagina economica del “Messaggero“, che non è un pericoloso quotidiano post-fascista di simpatie meloniane. “Le percentuali sono ancora sopra quelle di altri titoli di Stato, ad esempio quelli francesi, anche se nelle ultime settimane sulle brevi scadenze i bond di Oltralpe hanno superato quelli del Tesoro. La tendenza è tuttavia di un calo. Ciò vuol dire che i Btp sono percepiti come più sicuri. La dimostrazione è anche nell’interesse dimostrato da mesi dagli investitori, sia il pubblico indistinto dei piccoli risparmiatori sia gli istituzionali. Anche l’ultimo collocamento, mercoledì scorso, ha fatto il pieno di richieste…”. Cifre, non chiacchiere. 

Il riassunto di 25 anni, da Berlusconi a Monti, Renti e Conte

Nel 2009‑2010: lo spread si aggirava sui 80–100 punti base, nel 1011 (col la crisi dell’euro) subì un’impennata fino a oltre 570 pb nei mesi estivi/autunnali, che portò alla caduta di Berlusconi, poi nel 2012‑2014 con Monti la graduale discesa fino a circa 150–200 pb, un leggero rialzo con Renzi e Conte, fino al 2021 (Draghi) ancora un calo sotto i 100, quindi l’avvento del governo Meloni, una prima risalita a 200–250 poi la disesa inarrestabile, fino a quota 90 di ieri. Cifre, non chiacchiere e distintivi.

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