La storia di Roberto Canone, controllore del traffico aereo
Parlare con i piloti e dirigere il traffico aereo è stata la vocazione di una vita intera per Roberto Canone, controllore del traffico aereo. Un mestiere affascinante che impariamo a scoprire attraverso le sue appassionate parole.
Ci parla un po’ di lei?
«Ho 60 anni e vivo a Montalenghe. Ho appena terminato la mia carriera come controllore del traffico aereo, due mesi fa sono stato “messo a riposo”. La normativa europea stabilisce che i controllori del traffico aereo non possono operare oltre i sessant’anni. A quell’età la prontezza mentale e la velocità di calcolo tendono a diminuire e in un lavoro dove ogni secondo conta non si può rischiare. Enav, l’azienda per cui ho lavorato fino a due mesi fa, chiude quindi il rapporto di lavoro automaticamente».
Facciamo un passo indietro: come è arrivato a fare questo mestiere?
«Curiosamente, la mia formazione iniziale non c’entrava nulla con il volo. Sono di origini spezzine, ho frequentato l’Istituto tecnico nautico a La Spezia, poi l’Accademia come ufficiale di complemento in Marina militare. Dopo il servizio militare, nel 1986, partecipai a un bando dell’Alitalia per diventare pilota, anche senza esperienza aeronautica. Superai la selezione e iniziai la formazione, conseguendo i brevetti di primo e secondo grado. Purtroppo non riuscii a completare il corso finale, ma quella esperienza mi aprì la strada al mondo dell’aviazione civile».
Dal mare al cielo, quindi: come è approdato al controllo del traffico aereo?
«Nel 1989 vinsi un concorso come operatore di assistenza al volo nell’allora Avag, oggi Enav. Ho iniziato occupandomi di meteorologia e poi come informatore dei servizi aeronautici. Negli anni ho lavorato anche come Flight information service officer in piccoli aeroporti, come Torino Aeritalia, parlando in frequenza con gli aerei da turismo. Nel 2014 ho vinto la selezione interna per diventare controllore del traffico aereo. Ho frequentato il corso all’Academy di Forlì, nove mesi intensi, poi l’abilitazione a Genova e infine il trasferimento a Brindisi, dove ho lavorato fino alla fine della carriera. Lì sono diventato anche istruttore e formatore, specializzandomi negli aspetti di human factor».
Quali sono gli aspetti più affascinanti e quelli più difficili del suo lavoro?
«È un mestiere bellissimo e terribile insieme. Bellissimo perché sei al centro di un sistema perfetto, dove ogni secondo e ogni decisione contano. Terribile perché lo stress è enorme: quando parli con un aereo, parli con un centinaio di persone che si affidano a te. Devi prendere decisioni in pochi istanti, mantenendo calma e lucidità. È un lavoro che ti consuma: con il tempo capisci che la mente non gira più rapida come a trent’anni, e per questo il limite dei sessant’anni ha un senso».
C’è stato un episodio che l’ha segnata particolarmente?
«Sì, uno lo ricordo bene. Ero a Brindisi, un Boeing 747 era parcheggiato in area militare in attesa di partire per una missione umanitaria. A noi sembrava un po’ troppo vicino alla pista, ma ci assicurarono che era tutto regolare. Poco dopo, un volo Alitalia in avvicinamento iniziò a ricevere segnali strani dagli strumenti di atterraggio. Decise di riattaccare. Solo allora i militari verificarono e scoprirono che l’ala del jumbo era davvero troppo vicina alla pista. Se l’aereo fosse atterrato, con l’ala piena di carburante, non oso immaginare cosa sarebbe potuto succedere. In quel momento rimani freddo, fai quello che devi fare. Ma la notte, quando ci ripensi, lo stress ti presenta il conto».
Dopo tanti anni in torre, ora si dedica all’insegnamento. Di cosa si occupa esattamente?
«Lavoro con la Turin Flight School, una scuola di formazione che si trova proprio accanto alla torre di controllo di Caselle. Qui insegno ai futuri Flight information service officer, cioè coloro che opereranno negli aeroporti minori o negli aeroclub. Trasmettere ciò che ho imparato in tanti anni è una soddisfazione enorme».
Che consiglio darebbe a un giovane che sogna di seguire le tue orme?
«Di frequentare l’Istituto Aeronautico, come il Grassi di Torino, perché fornisce le basi tecniche per affrontare poi corsi più specifici. Una buona base è molto utile per accedere, poi, a percorsi come quella offerta dalla Turin flying school». —
Valerio Grosso