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La Danimarca dice addio al postino: stiamo perdendo un linguaggio che nelle Feste diventa un rituale

Spedire una cartolina di Natale può sembrare obsoleto, un capriccio vintage. Lo scambio degli auguri postali con alcune famiglie, legate da vecchia amicizia, è un’abitudine che mi ha tramandato mia madre (1906-1998). E volevo proseguire la tradizione anche quest’anno. Che impegno!

Non ho faticato a trovare le cartoline natalizie. E le ho redatte con cura, riesumando la stilografica Sheaffer da calligrafia con cui preparavo i lucidi per la lavagna luminosa, quando PowerPoint non esisteva ancora. Ma dove imbucarle? A Milano, le cassette rosse sono scomparse. Per fortuna, una gita in campagna ha risolto il problema. Nei piccoli paesi la cassetta della posta sopravvive.

Poi ho scoperto che la Danimarca è più avanti: ha detto addio al postino…

C’era un tempo in cui il fruscio di una busta nella cassetta delle lettere era un piccolo evento quotidiano. Oggi, quel suono è un ricordo. Se la Danimarca ha già pensionato il postino, nelle grandi città italiane le cassette rosse stanno scomparendo; lucciole in un vuoto di cemento.

Per molti bambini, la letterina a Babbo Natale è la prima esperienza di scrittura con uno scopo reale. Sedersi alla scrivania con carta e penna; piegare il foglio; uscire a imbucare la lettera insieme a mamma o papà è un rituale che insegna l’attesa, la cura, la meraviglia. Un atto di fede nella parola scritta: ogni bimbo confida che quelle righe viaggeranno fino al Polo Nord e saranno lette.

John Donne scriveva: more than kisses, letters mingle souls. Più dei baci, le lettere mescolano le anime. Aveva ragione. Una lettera d’amore scritta a mano portava con sé l’intimità del gesto: la calligrafia incapace di celare la emozione, una macchiolina di vino o di caffè, il profumo della carta pregiata. Era un oggetto da conservare nel cassetto, da rileggere negli anni, da stringere al petto.

Con le lettere d’affari, invece, si costruivano gli imperi. Contratti, trattative, accordi commerciali: tutto passava per la posta. La carta intestata conferiva autorevolezza, la firma autografa suggellava gli impegni. Per Emily Dickinson, la lettera è “immortalità, perché è la mente sola, senza l’amico corporeo”.

Oggi comunichiamo più di quanto si sia mai fatto in qualsiasi altra epoca. Eppure lasciamo molte meno tracce durature. Una email si cancella con un clic, un messaggio sparisce, confuso tra migliaia di notifiche. La velocità ha ucciso l’attesa — quell’attesa dolce e tormentosa che rendeva preziosa ogni risposta. Oggi molti bambini “scrivono” a Babbo Natale via app, email o addirittura messaggi vocali. Tristezza.

Pare che Lord Byron affermasse la scrittura delle lettere come l’unico modo per combinare la solitudine con la buona compagnia. Nell’era degli smartphone sempre connessi, abbiamo perso proprio questo: la capacità di essere soli con i nostri pensieri mentre scriviamo a qualcuno. E perdiamo così la gioia della nostra reciproca compagnia.

Non è nostalgia sterile. È la consapevolezza che stiamo perdendo un linguaggio, una forma d’arte, un rituale. Trovare una cassetta postale a Milano è diventata un’avventura; spedire una cartolina di Natale, un atto quasi eroico. Soprattutto, perdiamo la capacità di trasmettere noi stessi e di ricevere chi ci sta a cuore.

Il progresso non si ferma, non si può fermare. Possiamo scegliere, ogni tanto, di rallentare. Di prendere carta e penna. Di scrivere a qualcuno non perché sia urgente, ma perché è importante. Perché alcune parole meritano ancora di viaggiare lentamente: for thus, friends absent speak. Perché così parlano gli amici assenti. E Babbo Natale è stato il primo dei nostri amici.

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