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PagoPA e commissioni: chi paga davvero il prezzo della digitalizzazione?

La spinta verso i pagamenti digitali nella Pubblica Amministrazione è uno dei pilastri della modernizzazione dei servizi in Italia. Ma dietro la promessa di comodità e trasparenza si nasconde un problema che pesa direttamente sui bilanci familiari: le commissioni applicate ai pagamenti tramite PagoPA e altri sistemi elettronici. 

Questi costi, spesso esterni al valore della transazione, non sono uniformi e finiscono per gravare proprio sui cittadini che utilizzano servizi essenziali come mense scolastiche, tasse universitarie o multe.  

Per una famiglia con due figli, le commissioni mensili per la mensa possono trasformarsi in un vero e proprio costo strutturale, accumulandosi nel corso dell’anno. 

Il rischio? Che l’obiettivo di incentivare i pagamenti digitali venga vanificato, scoraggiando gli utenti e creando un paradosso: la digitalizzazione dovrebbe semplificare, non pesare sulle tasche dei cittadini. Serve una normativa chiara che uniformi il trattamento e, soprattutto, che sposti questi costi sul bilancio dello Stato, non su quello delle famiglie. 

Ma non è tutto: dal 2022 il POS è obbligatorio per esercenti e professionisti, e dal 2026 sarà collegato alla cassa fiscale. Una rivoluzione che promette più tracciabilità e meno evasione, ma che solleva interrogativi su costi, sanzioni e trasparenza. 

Ne abbiamo parlato con l’Unione Nazionale Consumatori, che da anni si batte per regole più eque e campagne di educazione finanziaria.  

Sul tema PagoPA e commissioni esterne al valore della transazione, chi ci rimette davvero e quanto pesa sui bilanci familiari? 

L’asimmetria tra le commissioni non ha giustificazione e penalizza proprio i cittadini che utilizzano servizi pubblici essenziali. 

A rimetterci sono principalmente le famiglie che su servizi ricorrenti come mense scolastiche, tasse universitarie o multe, pagano commissioni che diventano un costo strutturale che si somma a servizi che dovrebbero essere accessibili. Per una famiglia con due figli che pagano la mensa, parliamo di commissioni mensili che si accumulano nel corso dell’anno scolastico. 

Il rischio concreto è quello di scoraggiare proprio l’uso dei pagamenti digitali verso la PA, vanificando l’obiettivo di digitalizzazione. Serve urgentemente una normativa che uniformi il trattamento: se lo Stato vuole incentivare i pagamenti elettronici, deve assorbire questi costi nei propri bilanci, non scaricarli sui cittadini. 

 Dal 2022 il POS è obbligatorio per esercenti e professionisti. Dal 2026 sarà collegato alla cassa fiscale. Quali vantaggi e criticità vedete in questa evoluzione normativa? 

Siamo stati tra i primi sostenitori della legge e soprattutto a richiedere le sanzioni per i commercianti che non accettano il Pos perché, seppure ad oggi sono sanzioni irrisorie rappresentano l’unico deterrente per i commercianti furbetti.  Il collegamento diretto tra POS e cassa fiscale dal 2026 andrà a creare un sistema integrato dove ogni pagamento elettronico genererà automaticamente un documento fiscale. Questo rende molto più difficile “dimenticare” di battere lo scontrino per i furbetti: se il cliente paga con carta, la transazione è tracciata sia sul fronte bancario che su quello fiscale.  

Per chi già opera nella legalità, insomma, l’integrazione tra sistemi significa meno adempimenti separati, meno margini di errore, maggiore automazione. Resta il problema dei costi che sollevano molti esercenti. 

L’obiettivo dichiarato è la lotta all’evasione. Secondo voi, questi obblighi hanno davvero un impatto significativo sull’evasione fiscale?  

Queste modifiche rappresentano dei passi avanti nella lotta all’evasione, ma la vera criticità è la sanzione di 30 euro più il 4% per chi rifiuta i pagamenti elettronici: è una misura irrisoria che non ha alcun effetto deterrente. Se vogliamo davvero incentivare i pagamenti digitali, servono sanzioni proporzionate e controlli efficaci, non simbolici. 

E la trasparenza? 

Il divieto di sovrapprezzo può tutelare il consumatore nell’immediato, ma crea un’asimmetria informativa pericolosa: nessuno sa quanto costa realmente una transazione digitale. Questa opacità non aiuta né i consumatori né gli esercenti. 

Come UNC crediamo che la trasparenza sia sempre preferibile all’oscurità. 

 A che punto siamo con il passaggio al digitale? 

Il passaggio al digitale e già in atto: non si può frenare il progresso, l’importante è arrivarci con consapevolezza senza lasciare indietro nessuno. E’ fondamentale educare i cittadini alle opportunità dei pagamenti digitali come la velocità, la comodità e la sicurezza, ma anche metterli al corrente dei possibili rischi. 

Qual è il ruolo delle associazioni? 

Il consumatore medio non sa molto del funzionamento reale dei pagamenti digitali. Non sa quanto costa una transazione, chi guadagna dalle commissioni, quali sono i suoi diritti in caso di frodi o contestazioni. Per questo da anni come Unione Nazionale Consumatori siamo attivi con campagne di informazione su questi temi e anch’io, attraverso i miei profili social, cerco di contribuire ad aumentare la consapevolezza dei consumatori su questi settori.  

C’è poi un ruolo politico affinché sui tavoli che contano arrivino le voci dei consumatori per regole più eque e trasparenti.  

Servono urgentemente campagne di educazione finanziaria sui pagamenti digitali: spiegare costi, diritti, rischi, alternative. Non basta dire “paga con carta”, bisogna spiegare cosa succede quando si striscia quella carta. 

 

Se l’obiettivo è semplificare, occorre intervenire subito su commissioni, sanzioni e informazione.  

La vera sfida non è solo tecnologica, ma culturale e normativa: servono regole chiare, trasparenza sui costi e campagne di educazione finanziaria.  

Perché pagare con un click deve essere una scelta consapevole, non un salasso nascosto. 

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