Roberto Franceschi, dopo 53 anni ancora impunita la polizia che lo uccise
Il 23 gennaio del 1973, a Milano, davanti alla Bocconi il ventenne Roberto Franceschi veniva ucciso da un proiettile sparato dalla polizia. La verità giudiziaria ancora oggi è incompleta
Sono passati cinquantatré anni da quella serata milanese del 23 gennaio 1973 in cui un giovane militante del Movimento studentesco, Roberto Franceschi, veniva ucciso dalla polizia. Quella sera il Movimento Studentesco aveva indetto un’assemblea alla Bocconi, autorizzata dallo stesso rettore.
Non era certo la prima ma quella sera il divieto di accesso agli «esterni» fu tassativamente esercitato dal personale universitario all’ingresso. Gli studenti si trovarono di fronte uno schieramento di forze di polizia come mai accaduto in precedenza: più di cento uomini del III Reparto celere. Il rettore ha sempre dichiarato anche in seguito che non fu lui a richiedere quella presenza massiccia, ma di essersi limitato a informare la questura, come di consueto, e che fu da lì che venne l’invito a non consentire l’accesso agli esterni.
NEGLI INCIDENTI che ne nacquero Roberto Franceschi, di appena vent’anni, mentre si allontanava dallo schieramento di polizia, fu raggiunto da un colpo alla nuca. E un altro manifestante, l’operaio della Cinemeccanica Roberto Piacentini, fu raggiunto da un colpo alla schiena. Entrambi furono colpiti alle spalle e a più di trenta metri di distanza dal plotone di celerini. Roberto Franceschi, ricoverato in coma al Policlinico, morì una settimana dopo, il 30 gennaio 1973.
Il 3 febbraio una folla immensa, 100mila persone, tutta la Milano democratica, si strinse attorno al feretro di Roberto e alla famiglia in un grande corteo che sfilò dalla Bocconi, dove fu allestita la camera ardente, fino a piazza Santo Stefano.
Iniziò così una lunga battaglia giudiziaria condotta dalla madre Lydia, ex staffetta partigiana, dal padre Mario, anch’egli ex partigiano, e dalla sorella Cristina, sostenuti da associazioni, avvocati, giornalisti e intellettuali, che durerà 26 anni e che si concluderà senza un colpevole nonostante sia stato accertato, senza ombra di dubbio, che l’arma che esplose i colpi mortali era in dotazione di un agente in servizio, che a fare fuoco furono almeno 5 poliziotti e che furono sparati almeno 15 colpi. Inoltre fu accertato che a sparare furono sia funzionari e graduati che semplici agenti, sia della questura sia del III Reparto celere.
L’agente Giovanni Gallo, dalla cui pistola d’ordinanza furono esplosi i colpi mortali, non ricordò nulla di quella sera, colpito da una provvidenziale amnesia post traumatica, come certificato dalle perizie legali. La sua arma si dimostrò manomessa. Chi strappò l’arma o a chi la consegnò l’agente Gallo? Nessuno vide, nessuno ricordò.
FIN DALL’INIZIO delle indagini si incontrarono mille ostacoli, due sostituti procuratori furono successivamente rimossi nel giro di soli 20 giorni dai fatti e infine l’inchiesta avocata al capo. Non solo, nei processi furono accertate le manomissioni delle prove e i depistaggi, le falsificazioni dei verbali, la sottrazione e la sparizione di numerosi bossoli rinvenuti, la manomissione delle armi e dei caricatori. L’unico rullino fotografico contenente immagini di quella tragica sera scomparve per poi riapparire con quattro negativi in meno. Opera di falsificazione e manomissione delle prove che non solo avvenne nell’immediatezza dei fatti ma proseguì nel tempo, tanto che, nel 1979, alla vigilia del processo, scomparirono ben 22 fogli dal fascicolo della questura. Un capitano del III Reparto celere e un brigadiere furono condannati a 1 anno e 6 mesi di reclusione in I grado, accusati di aver falsificato il verbale relativo al sequestro delle armi. Un altro agente fu arrestato in aula e condannato a 6 mesi per falsa testimonianza, altri inquisiti in istruttoria.
Nei due processi penali furono imputati per omicidio preterintenzionale, e infine assolti, il brigadiere Agostino Puglisi, l’agente Gallo, e il funzionario della Questura quel giorno incaricato di dirigere il servizio, Tomaso Paolella, tutti con certezza identificati tra coloro che quel giorno esplosero colpi di arma da fuoco. Nella sentenza del secondo processo penale l’opera di manomissione probatoria venne attribuita ai vertici del Reparto celere, che vide infatti i suoi uomini condannati per questo, tuttavia è certo che nelle operazioni di depistaggio furono coinvolti anche agenti e funzionari della questura.
GLI STESSI AGENTI della Celere dichiararono che i bossoli, mai più rinvenuti, furono da loro consegnati a un funzionario dell’Ufficio politico, l’unico rullino fotografico relativo agli avvenimenti fu sequestrato (informalmente) da un funzionario della questura e tornò privo dei primi 4 fotogrammi, il fascicolo di polizia da cui furono sottratti 22 fogli nel ’79, alla vigilia del processo, fu ritirato e riconsegnato in archivio da un funzionario della digos mai identificato. C’è da aggiungere che tutte le richieste della parte civile di indagare anche in questa direzione non furono mai accolte.
Nel 1985, di fronte all’assoluzione definitiva anche dell’ultimo imputato, il vicequestore Paolella, sulla cui manica del cappotto furono rinvenute tracce di polvere da sparo, la madre di Roberto Franceschi, con un estremo gesto di protesta civile, rassegnò le sue dimissioni da preside di un’istituzione scolastica, ritenendo di non poter continuare a rappresentare quello stato.
Ma la battaglia della famiglia non era terminata. Iniziò una serie di cause civili tese a non disperdere il patrimonio di solidarietà che si era creato in quegli anni, a mantenere viva la memoria di Roberto e dei fatti che accaddero in quel tragico 23 gennaio e a costituire e a finanziare, a questo scopo, una fondazione tuttora attiva a cui fu devoluto, per intero, il risarcimento infine ottenuto.
Il ministero dell’Interno oppose una difesa ostinata ma ciò nonostante si giunse finalmente, dopo quattro processi, a una sentenza definitiva di risarcimento che ribadiva la responsabilità delle forze di polizia, in quanto vi era certezza processuale che il colpo fu sparato da una persona appartenente alla forze dell’ordine e che «l’uso dell’arma si inquadrava nel ricorso generalizzato all’impiego delle armi da fuoco nei confronti dei manifestanti che si stavano allontanando… in assenza, quindi, dei presupposti che ne potessero ritenere legittimo l’uso…».
Rimane l’interrogativo su chi esplose il colpo omicida ma anche, e questo maggiormente rileva sotto il profilo storico e politico, chi diede l’ordine di sparare, chi decise che quella sera alla Bocconi si sarebbe arrivati all’uso delle armi da fuoco. Posto che a sparare, come recita la sentenza, «furono almeno in cinque, che furono sparati almeno quindici colpi».
OGGI, dopo cinquantatré anni, un monumento posto nel 1977 ricorda Roberto Franceschi all’incrocio tra via Sarfatti e via Bocconi, davanti all’università. La fondazione a lui dedicata è attiva e promuove iniziative a sostegno di giovani studiosi, progetti nelle scuole sulla memoria e la Costituzione. Proprio in occasione del cinquantesimo anniversario, durante una serata alla Bocconi dedicata a Roberto Franceschi, l’aula Maggiore dell’università è stata a lui intitolata.
Anche quest’anno, nella medesima aula, questa sera, Roberto Franceschi, ucciso a 21 anni dalla polizia, verrà stato ricordato. Nel corso della serata, promossa dalla Fondazione Franceschi assieme al Centro di Ricerca Carlo Dondena, sarà proiettato il film «Noi e la grande ambizione» di Andrea Segre.
* Fonte/autore: Eugenio Ghignoni, il manifesto
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