Cattivi influencer, quando il social diventa scuola di omertà, mito criminale e propaganda
«Noi non tradiamo chi è al nostro fianco. Noi non conosciamo la parola infamità…».
Parola di Mirko Federico, ex detenuto che ora si presenta come uno che ce l’ha fatta e che ha trasformato il suo passato in marchio identitario, tanto da riuscire a ricavarsi perfino un incarico in uno dei tanti partiti nostalgici dello scudo crociato. Quasi 40 anni, cappellino da baseball, felpa con cappuccio e giubbotto bianco, cammina con passo svelto guardando fisso lo schermo del suo cellulare. Sono i suoi auguri di Capodanno al popolo social che lo segue: 18 mila follower su Facebook, 13 mila su Instagram e oltre 300 mila su TikTok, piattaforma che lo attesta sugli 8,6 milioni di «mi piace». È un influencer. Racconta la sua esperienza rispondendo alle domande sulla vita dietro le sbarre. Uno storytelling che gli è fruttato pure qualche comparsata in tv, dove, parlando di sovraffollamento, isolamento e suicidi dei detenuti, è rimasto saldo sui binari. È sui social che deraglia. Soprattutto quando i suoi consigli diventano un ibrido, un discorso moralistico impastato con codici da mala d’antan. I suoi video sono pieni di frasi mantra: «Ricordati amico mio, bada bene con chi parli, di chi parli e cosa dici. Evita quelle persone troppo curiose, invadenti e che vogliono sapere sempre tutto. Hanno le orecchie grandi e la bocca larga e la maggior parte delle volte o sono chiacchieroni o sono infami».
Uno dei perni del ritornello è proprio la parola «infame», seguita da un altro termine che ricorda gli antichi codici cantati da Mario Merola: «Il rispetto». Che, spiega Mirko, «è molto più di una parola. Non si pronuncia, si dimostra». Poi, mixando il rispetto con la parola «tradimento», ecco un altro pistolotto: «Una persona che ti vuole bene non ti usa, non ti ferisce ma soprattutto non ti tradisce, non ti svende al primo offerente perché prima di volerti bene ti rispetta». Ed ecco il consiglio al limite dell’omertà: «Rimanere in silenzio è una scelta saggia». Non c’è l’ordine di tacere, ma l’elogio del silenzio. E anche quando parla del 41 bis, il regime di carcere duro, torna il tema del rispetto, questa volta collegato ad altri argomenti che compaiono spesso nei maxi-processi: «Fortunatamente non ho visto il 41 bis ma ho conosciuto persone che l’hanno vissuto e me l’hanno raccontato quando sono usciti da quel reparto, molto distruttivo, ma devo dire la verità… è da loro che ho imparato rispetto, solidarietà e supporto per i compagni».
Mirko però non è l’unico amplificatore di concetti a cavallo tra il romanzo della devianza e la sua morbosa spettacolarizzazione. Di cattivi maestri che, sbarcati sui social, riescono a macinare centinaia di migliaia di visualizzazioni, ce ne sono in abbondanza. Tutti uniti dallo stesso filo: un linguaggio che, spesso inconsapevolmente, legittima la cultura dell’omertà, della sfida alle regole, del mito criminale o, addirittura, del terrorismo jihadista. Non sempre c’è un disegno, una regia, una volontà di fare apologia. È un meccanismo automatico. È linguaggio interiorizzato, respirato per anni e metabolizzato come normalità.
È un codice che riaffiora anche quando il racconto vorrebbe essere positivo, motivazionale e perfino educativo. Il problema, infatti, non è l’intenzione: è l’effetto. Quelle catechesi sul silenzio, sul rispetto, sull’infamia, sul tradimento, funzionano come un lessico di legittimazione. È così che il confine si fa scivoloso.
«Gli infami sono una bruttissima cosa». È una delle frasi più celebri della fiction tv del 2007 su Totò Riina, Il capo dei capi, pronunciata a un certo momento dagli sgherri di Cosa nostra. Viene ripresa sui social da un altro influencer del “sottosopra”: Gaetano Maranzano. Che non è certo un signor nessuno. Si tratta del rampollo dell’omonima famiglia dello Zen di Palermo (il padre Vincenzo, detto “Gnu Gnu”, è stato condannato a 10 anni per il tentativo di omicidio dei rivali Giuseppe e Antonio Colombo). Piazza quel pezzo di discorso mentre si mostra spavaldo, al collo penzola un catenone con un ciondolo a forma di revolver. È lui che dopo aver commesso un omicidio nel cuore della movida di Palermo, lo scorso ottobre, invece di costituirsi ha preferito spettacolarizzare l’arresto, rilanciando su TikTok un racconto esplicitamente criminale e usando un altro spezzone audio del Capo dei capi: «Tu mi arresti e per che cosa? […] Bel lavoro che hai scelto». Risultato: oltre 300 mila visualizzazioni. Il suo racconto intreccia famiglia e mito mafioso. Lo stesso linguaggio che torna nei post dedicati al cugino Angelo, promessa della boxe e già in carcere per tentato omicidio, celebrato con videochiamate dal carcere Pagliarelli e canzoni neomelodiche che esaltano galera, rabbia e violenza: «Come dentro un film di azione, arriviamo in duecento. Senti gli spari, poi le sirene».
Le sirene alla fine sono arrivate anche per Said Alì, che si è autoproclamato Don Alì e che si è autoassegnato il ruolo da «re dei maranza». Seguito da oltre 200 mila follower, ha un archivio social che si presenta come un’autobiografia criminale a puntate. Per anni ha filmato sé stesso mentre rubava nei minimarket, aggrediva agenti, mostrava armi, effettuava raid nei quartieri. Sempre con la stessa estetica: provocazione e arroganza. Finché, lo scorso ottobre, non l’ha fatta grossa: ha accusato un insegnante di aver maltrattato un allievo, affine a un componente della sua «gang». E, così, il video social riprende l’insegnante inseguito, circondato, schiaffeggiato, insultato e minacciato davanti alla figlioletta di tre anni. Un mese più tardi, dopo giorni di latitanza, l’influencer viene scovato nelle cantine di un palazzo alla Barriera di Milano. L’accusa è di atti persecutori e diffamazione aggravata. L’inchiesta lo collega anche all’aggressione a una troupe televisiva di Dritto e Rovescio, e ricostruisce un’escalation di minacce e violenze sempre alimentata e rilanciata sui social.
In questo album dei “cattivi influencer” appaiono altri due nomi. Uno è Crescenzo Marino, che comunica in un modo differente. Niente videoconfessioni, nessuna predica né sermoni sul bene o sul male. Sui giornali il suo nome è comparso prima come figlio di uno dei protagonisti della faida di Scampia, dentro ricostruzioni di cronaca che tenevano insieme genealogie criminali e stagioni di sangue, poi come indagato e accusato per reati di camorra e infine assolto. Il resto è un racconto parallelo, che la stampa descrive come fenomeno sociale: 40 mila follower su TikTok e un’esposizione tutta per immagini. Lusso, auto, viaggi. Una Ferrari, vacanze, tavoli nei ristoranti stellati, hotel di fascia altissima. Non sono rivendicazioni, sono inquadrature. Non c’è la parola, c’è il contesto. Il suo è uno storytelling che mostra il risultato, non il percorso. È l’altra faccia dello stesso lessico. Non quello urlato dell’omertà predicata, ma quello silenzioso dell’eredità che non viene mai nominata e che proprio per questo resta sospesa, intatta, sullo sfondo scintillante delle immagini.
L’altro nome è Slah Omri, che si posiziona all’estremo opposto dello spettro. Zero lusso e nessuna ambiguità. Tunisino, ospite di un Centro di accoglienza straordinaria in Campania, Omri entra nelle cronache solo e soltanto per ciò che pubblica online: una presenza digitale ossessiva e monotematica: oltre 200 video di propaganda pro jihad caricati con continuità. Contenuti definiti dalla Procura antiterrorismo come «esplicitamente orientati all’ideologia jihadista». Un archivio costruito nel tempo, che gli ha garantito 4.550 follower e più di 52 mila like complessivi. Numeri piccoli se paragonati ai grandi influencer, ma sufficienti a trasformare un profilo marginale in un amplificatore ideologico. La particolarità del caso è tutta nel contesto: mentre viveva all’interno del sistema di accoglienza, Omri usava i social come cassa di risonanza. Non per raccontare se stesso o per costruirsi un personaggio. Ma per ripetere, insistere e rilanciare propaganda. Nel mosaico dei cattivi maestri digitali Omri occupa così una posizione diversa dagli altri: non spettacolarizza e non vende un’immagine di successo. Diffonde un messaggio. È il punto più crudo del fenomeno: quando il linguaggio non flirta più con il mito criminale, ma diventa adesione ideologica esplicita. Qui il confine è già stato superato.