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Carnevale Ivrea, gli 80 anni dei Picche: «Quel nome scelto una sera giocando a scopa al bar Sport»

IVREA. Guardava verso l’alto, con gli occhi che sorridevano nel crepuscolo di un’Ivrea già vibrante di festa nell’attesa, sabato 24, dello scoprimento del bandierone dell’Asso di Picche, nuovissimo, attesissimo. Mario Peila, classe 1930, era presente nel momento in cui tutto non era ancora ma sarebbe divenuto, anche grazie a lui. Sì, perché Mario è l’ultimo dei fondatori della squadra, un uomo che può ancora raccontarci di un tempo che tornava ad ispirare il futuro. Anno 1947, era appena terminato il secondo conflitto mondiale: si apriva una stagione per coltivare la speranza, riassaporare lo scorrere della vita e, ad Ivrea, vedere nuovamente scorrere il sugo delle arance sui porfidi delle sue vie e delle sue piazze. «Già nel 1946 una dozzina di noi aveva dato vita alla prima battaglia del Dopoguerra, ma l’anno dopo si era fatto strada il desiderio di organizzarci in un gruppo – ha ricordato – Il caso ci portò il suo nome. Durante una partita a scopa al bar Sport, ancora incerti su quale scegliere, pescammo dal mazzo l’asso di picche. Ci guardammo e la decisione fu presa».

I nomi dei primi tiratori come Rolando Bertorelle e Amleto “Cicci” Musumeci riaffioravano mentre l’impeto dei ricordi scaldava visibilmente la voglia di Peila di condividerli. D’istinto si è aperto il giaccone sotto il quale è apparsa la felpa commemorativa degli ottant’anni, come una seconda pelle dall’enorme potere evocativo. «Avevo 17 anni e mia madre cucì i primi 7 picche neri sullo sfondo di un rombo bianco», ricorda. La sua esperienza di tiratore si esaurì purtroppo in soli tre anni perché la vita si frappose, con le sue difficoltà e i suoi doveri, costringendolo a disertare la piazza.

Il Carnevale rimase comunque legato, in qualche modo, a esse. «Il martedì pomeriggio del 1950 tornavo dal Borghetto verso via Guarnotta. Lì viveva una cugina di mio padre che lavorava in Comune. Stavo per tirarle due arance, che allora ci procuravamo comprandole nei negozi della città, quando mi disse di non farlo, ma di recarmi al più presto in municipio. Era arrivata la cartolina precetto per il servizio militare», ha raccontato. Peila partì un paio di settimane dopo e si congedò solamente nel giugno del 1952. Il Carnevale era già passato ma si propose di essere pronto per l’edizione del 1953. Il destino era però ancora in agguato. Giocando a calcio all’oratorio nel ruolo di portiere prese una pallonata all’addome che lo costrinse a sottoporsi ad appendicectomia. Diede addio, anche per quell’anno, alle speranze di riaggregarsi ai compagni. Nulla avrebbe però potuto impedirgli di farlo l’anno dopo. Ma non fu così. «Alla fine del 1953 venni richiamato alle armi a causa della questione di Trieste e nel febbraio 1954, otto giorni prima del Carnevale, mi sposai. Non trovai più occasione di essere un Picche», ha concluso con filo di amarezza.

Il fondatore ha quindi rivolto lo sguardo sul presente. «L’altra sera, ospite nella sede della squadra, mi sono accorto che tremavo per l’emozione. Ho portato a vedere alcune vecchie fotografie. Una di esse mi ritrae con alcuni compagni di tiro la sera del martedì del 1950 mentre solleviamo il primo gagliardetto conferito agli aranceri nella storia della manifestazione. L’ho regalata al direttivo», dice. Il suo ultimo pensiero è stato per i Picche che saranno protagonisti dei tre giorni di battaglia: «Provo orgoglio guardandoli portare ancora avanti un cammino iniziato ottant’anni fa. Per questo li esorto a tener duro affinché la storia continui. Se potessi, non esiterei ad essere in mezzo a loro!». Ancora, per sempre un Picche.

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