Hamnet, così un figlio perduto segnò il destino di Shakespeare e ispirò un capolavoro del teatro
“La morte di Hamnet e la scrittura di Hamlet si alternano nei registri tra fine del sedicesimo secolo e inizio diciassettesimo” spiega una didascalia in esergo su sfondo nero in apertura di Hamnet. Essere o non essere? O ancora meglio: esserci stato o non esserci stato? Se c’è un fatto storico nebuloso, riscritto, disaggregato e riaggregato è la vita e il lavoro, di William Shakespeare. Figuriamoci su cosa ha detto, fatto e brigato il suo unico figliolo morto (per la peste?), tal Hamnet. Faceva prove di fioretto con la spadina di legno in giardino con papà Bardo? Aveva questo rapporto simbiotico con la sorella gemella Judith tanto da autoinsufflarsi il morbo mortifero e morire al posto suo?
Vivaddio, il romanzo scritto da Maggie O’Farrell, da cui Chloé Zhao ha tratto pedissequamente il suo quinto film (otto le candidature agli Oscar, compreso miglior sceneggiatura non originale, regia, film e attrice principale – Jessie Buckley), più che un documento storico rivelatore è un’invenzione finzionale tragica su un lutto familiare devastante che forse, chissà, potrebbe aver sconvolto la famiglia Shakespeare fin quasi alla rottura e, soprattutto, ispirato l’autore inglese nientemeno che per la stesura dell’Amleto come elaborazione del lutto. Hamnet non ha nulla di lezioso (Shakespeare in Love), ma vive di un realismo estremo e crudo, plasmato su una cupa luminosità, una vivida sporcizia e su un’ancestrale animalità da tardo Cinquecento rurale nei dintorni campagnoli di Stratford-upon-Avon (Avon che esonda, peraltro).
Il film si apre con un’oggettiva dall’alto che riprende Agnes Hathaway (Buckley) rannicchiata, assopita e sporca di terra, tra le enormi radici di un albero secolare. In una pausa dalle lezioni private date ai figli dei vicini per ripianare i debiti del babbo guantaio, Will (Paul Mescal, davvero a suo agio tra dita inzaccherate, umori e strazi) incontra Agnes in mezzo al bosco. Come animali si annusano e si amano in mezzo a piante e arbusti giganteschi, fango e acque limacciose, tavolate di cipolle e patate a essiccare. Avendo ricevuto in dono la sapienza erborista da parte della madre, e usandola come medicamento, Agnes è considerata una mezza strega. Minimo, anche se intenso, è lo scandalo, mentre Will prova a seguire nel tormento e tra fioche, sghembe candele l’istinto di scrittore e Agnes, incinta, partorisce la prima figlia nel bosco senza aiuto alcuno.
Saranno i gemelli, Hamnet e Judith, a nascere rocambolescamente con i segni della morte e della sopravvivenza addosso. Così, se papà Will inizia a ingranare e passa numerosi e lunghi periodi nella perigliosa e lurida Londra reale a mettersi su compagnia e a mettere in scena i suoi testi, a casa Agnes vede ammalarsi di peste i figlioli e perirne uno. Per tre quarti di film Hamnet pulsa di questa condensazione inesausta e primitiva di urla e lacrime, di pozioni e cenni esoterici come circolare difesa da mali e maligno, di inquadrature incombenti angolari dall’alto nelle stanze come soggettive spiritate.
Poi il film prorompe in un’ultima parte con la riproduzione altrettanto realistica del Globe Theatre londinese e della prima ultrapopolare dell’Amleto, con Agnes in piedi e in prima fila, e Will pieno di biacca in viso, spettro vagante sul palco in un bosco di cartapesta. Impossibile rimanere passivi di fronte a questa duplice versione esasperata della fine della vita, appesa ogni secondo a un imperscrutabile destino, di una gioia familiare tanto intensa quanto fragile e sottile. La regia di Zhao è ieraticamente spiazzante, sinistramente anticonvenzionale, per certi versi anche un filino sentimentalmente ricattatoria. Anche se Hamnet è un film che lascia drasticamente il segno in quel suo vertiginoso specchio tra sporco verismo naturalistico e finzione armonica del teatro, tra semplicità emotiva e sofisticazione da letterati, tra femmina madre concreta e dominante e maschio padre etereo e subalterno. Definirla una riscrittura dei ruoli di genere è forse troppo, ma non si cade tanto lontani dalla verità. Buckley antidiva assoluta, con bava e capelli stropicciati da applausi. In sala dal 5 febbraio.
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