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L’Ucraina resta sotto ricatto di Trump che rafforza l’intesa con Putin per personale opportunismo

Nel caos pianificato di Trump con tre fronti di ulteriore conflitto o di pseudo-pacificazione sotto l’egida di un raggelante Board of Peace – rispettivamente Iran, Venezuela e Gaza – è naturale che l’Ucraina, dove “il pacificatore” ha già messo in sicurezza i suoi interessi prioritari con il contratto capestro su terre rare e materiali critici, scivolasse in ultima posizione.

E’ il conflitto che doveva essere risolto dal factotum globale in una manciata di ore o tutt’al più giorni e che dura da ormai quattro anni. E che, ancora più drammaticamente nell’ultimo anno, quello della golden age, ha registrato addirittura un terzo in più di morti civili che purtroppo sembrano avere molto meno appeal di quelli palestinesi sulle opinioni pubbliche occidentali e più che mai su quelle italiane, particolarmente “strabiche” a sinistra non meno che a destra, come ha rilevato recentemente e puntualmente, in solitudine, Paolo Flores d’Arcais.

Alla vigilia delle nuove “trattative” dirette ad Abu Dhabi tra la delegazione russa con i falchi accuratamente selezionati da Putin e quella ucraina alla presenza dei mediatori americani di stretta osservanza trumpiana, i bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche si erano puntualmente intensificati contro Kiev ma anche su Kharkiv, Dnipro, Zaporizhzhia con il bilancio di oltre 450 droni e 71 missili in una notte da -25 gradi.

E d’altronde il gelo che ha causato molti decessi anche all’interno delle case era stato all’origine della pseudo tregua “di una settimana” magnificata da Trump come un’enorme concessione gentilmente elargita da Putin, a cui gli ucraini dovevano essere grati. Peccato che si sia risolta nell’ennesima, prevedibile, macabra presa in giro come sempre sulla pelle dei più deboli, ovvero in una pausa di 48 ore sulle strutture energetiche solo sulla capitale “compensata” dall’accanimento su ospedali, con la consueta predilezione per reparti oncologici e maternità, mezzi sanitari e trasporti pubblici, come conferma amaramente la strage di minatori ucraini su un autobus di linea tra le case di un centro abitato alle porte del Donbass: bilancio di 15 morti e 7 feriti.

Dopo molti mesi di apparente “trattativa in corso” contraddistinta dall’incoerenza esibita da parte di Mosca tra la dichiarata disponibilità a dialogare e la strategia del terrore contro la popolazione civile ucraina non ancora piegata, appare sempre più evidente la consonanza, più o meno ostentata a seconda delle contingenze, tra il supremo “mediatore” già aspirante al Nobel per la pace, ora anche al Paradiso, e il tiranno dialogante.

Purtroppo e con tutta evidenza non si tratta della “fisiologica” escalation in vista dell’accordo tra due parti in conflitto ma “in buona fede” – come vorrebbero far credere i pacifisti che si interrogano sui dilemmi che agitano l’animo tormentato di Putin – ma di una tattica dilatoria per tenere in piedi tavoli negoziali fasulli al solo scopo di guadagnare tempo e di protrarre la guerra che, per ora, continua a compattare un paese immobilizzato tra propaganda, manipolazione e repressione.

Così da oltre sei mesi gli incontri a Miami, Ankara, Abu Dhabi, sono sostanzialmente improduttivi e non sono andati oltre la produzione dei terrificanti 28 punti stilati da Mosca e spacciati come un “buon compromesso” solo da Putin, Trump, Salvini, Conte (per quello che contano: grazie al cielo, poco) e tutti quelli che preferiscono di gran lunga Putin al guitto Zelensky (uno slogan del generale Vannacci) e lasciano con soddisfazione all’Ucraina l’alternativa tra “la sconfitta e la disfatta”.

Un Salvini piuttosto in affanno l’ha scandito anche ad Otto e mezzo, 24 ore dopo l’addio di quello che aveva considerato il suo asso nella manica, forse per tentare di accreditarsi in un momento particolarmente delicato come il migliore amico di Trump.

Da Anchorage in poi, Mosca non ha fatto altro che riferirsi a presunti accordi mai meglio esplicitati e che probabilmente si erano in buona parte materializzati nei 28 punti in cui Putin vedeva realizzati tutti i suoi obiettivi, mentre l’Ucraina doveva rinunciare a tutto il Donbass senza nessuna solida garanzia di difesa e andare al voto in tempi strettissimi senza nemmeno la certezza del cessate il fuoco.

Mentre il buio e il gelo avvolgono l’Ucraina, le bombe russe centrano le bancarelle di un mercato con 7 morti e l’intelligence europea segnala 17 tentativi di sabotaggio russo contro satelliti, “il massimo riserbo” e le dichiarazioni di cauto ottimismo sugli incontri diretti ad Abu Dhabi del 4 e 5 febbraio si sono tradotti – come era fin troppo facile prevedere – in nessun progresso, fatto salvo lo scambio di prigionieri che è sempre un risultato.

Al di là delle smentite della Casa Bianca, l’Ucraina e Zelensky sono sotto il ricatto di Trump, che avrebbe potuto imprimere tutt’altra road map se avesse esercitato su Putin le pressioni e le sanzioni adeguate, ma che la convenienza e forse anche l’esposizione personale al formidabile potere ricattatorio di Putin (Epstein files) gli hanno sconsigliato.

La situazione è talmente drammatica che le polemiche sarebbero superflue, però è doveroso sottolineare che anche quelli che vogliono disarmare l’Ucraina e fanno quotidianamente il tiro al piccione sull’Europa “bellicista” che “ostacola” gli sforzi di Trump, a destra come a sinistra, sanno molto bene come stanno le cose.

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