Referendum, Augias: “Non servono tecnicismi. La Costituzione non si può cambiare in un clima lacerato per colpa della destra”
“Non si possono cambiare sette articoli della Costituzione nell’atmosfera di contrasto acceso che c’è oggi in Italia, soprattutto per colpa della destra, come vediamo ogni giorno”. Sono le parole pronunciate da Corrado Augias all’incontro promosso da un gruppo di parlamentari del Pd, “Le ragioni del NO per difendere la Costituzione, la democrazia, la giustizia”, in vista del referendum costituzionale sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo.
Non un’analisi per addetti ai lavori, ma una chiamata alla responsabilità civile rivolta a un pubblico più vasto, quello dei cittadini che si accostano alle urne senza necessariamente padroneggiare il lessico tecnico delle riforme ordinamentali.
Il giornalista si rivolge ai politici dem che promuovono il No e avverte: “Il tema del No al referendum sulla giustizia può essere affrontato in due modi: o in maniera tecnica, spiegando con pazienza a chi è disposto ad ascoltarci che differenza passa tra un pm e un avvocato dell’accusa all’americana, oppure in maniera semplice, andando per le grosse, come quando si parla con amici conoscenti al bar”.
Augias dichiara di preferire questa seconda via, persuaso che gran parte di coloro che decideranno se votare o restare a casa non abbiano familiarità con formule come “doppio Csm più una corte suprema”, né siano tenuti ad averla, trattandosi di tecnicalità che toccano gli equilibri costituzionali ma che restano lontane dalla quotidianità di molti.
“Dunque, andiamo per le spicce”. La scelta retorica non attenua la gravità della questione, anzi la rende più incisiva. “La modifica di 7 articoli della Costituzione – sottolinea lo scrittore – non può essere fatta a cuor leggero, in una atmosfera fortemente divisiva, qual è quella che c’è oggi in Italia. Voi lo dovete dire. E il discorso finirebbe qui. Cambiare la Costituzione in maniera lacerata è di per sé un errore e ogni altra considerazione potrebbe essere scartata e ci si potrebbe fermare qua”. Augias spiega che la Carta costituzionale rappresenta l’esito di una ricerca paziente e laboriosa di punti di incontro tra culture politiche diverse, un lavoro di cucitura compiuto nel 1947 che mal si concilia con un clima lacerato come quello attuale.
L’argomentazione si allarga poi allo stato della giustizia italiana, riconosciuta senza esitazioni nelle sue criticità: “La giustizia funziona male, i processi civili sono uno scandalo e durano un tempo enorme. Io personalmente, con i miei occhi, ho visto un disgraziato di magistrato dietro un tavolino con i fascicoli dei procedimenti per terra.”
La soluzione passa per investimenti concreti e strutturali. “Bisognerebbe aumentare in primo luogo gli strumenti – spiega Augias – in primo luogo il personale, e non solo i magistrati, ma segretari, cancellieri, gente che porta i fascicoli da un ufficio all’altro. Vanno aumentati gli strumenti tecnici e cioè un sistema informatico che funzioni e che non si rompa ogni momento.”
L’immagine evocata è quella di uffici in affanno, costretti a operare con mezzi inadeguati. A ciò si aggiunge la questione degli spazi: “Si chiedono degli ambienti dove non piova dentro, puliti, ordinati, dove ci sia spazio per le parti, per i testimoni, per qualcuno che vuole assistere come sarebbe suo diritto fare. Per tutti quegli strumenti che corredano, accompagnano, scortano l’azione del magistrato. Lì bisogna mettere le mani.”
Il nodo, inevitabilmente, è quello delle risorse: “Tutto questo vuol dire stanziare i soldi. Sono cose che costano, ma con tanti soldi che si buttano forse metterne qualcuno per migliorare le condizioni operative della giustizia sarebbe prioritario, perché la giustizia, insieme alle scuole e agli ospedali, sono le tre priorità di un paese civile. Allora basterebbe che i politici invece di fare tante chiacchiere dicessero: ‘Noi abbiamo tre obiettivi, giustizia, sanità, scuola. Lì vogliamo mettere le mani’. Punto. Non c’è altro da dire. Queste sono le tre priorità che servono al paese, servono alla Repubblica e interessano i cittadini. Tutto il resto viene dopo.”
Il giornalista poi entra nel merito della riforma della giustizia e sul fatto che non incide per nulla sulla durata dei procedimenti: “La riforma Nordio non accelera i processi neanche di un minuto. Non accelera proprio niente. Serve soltanto a mettere l’ufficio del pm in una posizione subordinata all’esecutivo. Io ho vissuto molto tempo in Francia. In Francia è così. Il pm, il parquet come si chiama, dipende dall’esecutivo. Noi non lo vogliamo questo.”
Augias ribadisce che l’equilibrio delineato dalla Costituzione, frutto della stagione costituente del 1947, sia un patrimonio preziosissimo da preservare.
Poi sposta la sua riflessione su un terreno più ampio, quello della partecipazione democratica: “Noi abbiamo visto nelle ultime tornate elettorali una affluenza alle urne decrescere progressivamente in maniera spaventosa, sotto il 50%. Io sono molto vecchio e mi ricordo quando, per anni, non solo si andava a votare, ma gli italiani erano quelli che votavano di più con percentuali di partecipazione al voto superiore al 90%. E andavano a votare con orgoglio, con la consapevolezza che quel gesto era stato conquistato faticosamente, anzi col sangue, perché c’era stato tolto per tanti anni e noi l’avevamo riconquistato.”
L’immagine degli elettori contadini, “cotti dal sole”, che si presentano al seggio con l’abito della festa e le mani segnate dal lavoro, restituisce la dimensione quasi sacrale di un rito collettivo: “C’erano i carabinieri che sorvegliavano l’ordine che peraltro non venne turbato neanche un momento e c’era questa gente della terra che veniva a celebrare il rito delle elezioni che è il rito laico più importante che una democrazia possa celebrare.”
Oggi, osserva con amarezza, prevalgono scoramento e disillusione, un diffuso “chi se ne frega” che svuota le urne e indebolisce la vita pubblica. In questo scenario, anche un referendum può rappresentare un’occasione di risveglio. “Questo referendum – conclude Augias con un invito che suona al pari di un vero e proprio appello civile – come già fu ai tempi nel 2016 del referendum Renzi, potrebbe riaccendere una fiammella di interesse, di partecipazione. Chiunque di noi abbia occasione di parlare con qualcuno è quella fiammella che deve cercare di riaccendere“.
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