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Dietro il Comala una storia importante. Ora sul futuro dello spazio torinese volano accuse a Comune e Pd

A Torino è nato un acceso dibattito politico e civico attorno al futuro del Comala, storico centro di protagonismo giovanile situato in corso Ferrucci, non lontano dal Palazzo di Giustizia, dalla stazione di Porta Susa e dal Politecnico.

La struttura della sede del Comala ha una storia importante. In quell’area, fino alla seconda metà del Novecento, erano presenti strutture dell’Esercito italiano, nelle vicinanze delle carceri delle Nuove. Proprio quei luoghi furono la sede dell’aula bunker in cui si svolse lo storico processo alle Brigate Rosse, uno di momenti di svolta degli anni di piombo.

Diventato sala prove e studio di registrazione, nel tempo Comala si è ampliato fino a comprendere grandi aule studio per ospitare centinaia di studenti e un fitto calendario di eventi culturali, musicali e sociali. Durante la pandemia l’associazione ha continuato a garantire servizi e spazi, installando tendoni riscaldati per consentire il distanziamento. C’è stato spazio anche per lo sport dato che è nato il Comala Football and Cricket di calcio, partito dalla terza categoria e protagonista di sorprendenti promozioni. Parallelamente sono partite anche le squadre di basket e volley.

Dopo oltre 15 anni di gestione da parte dell’associazione culturale Comala, l’amministrazione della Circoscrizione 3 ha scelto di proporre un nuovo bando pubblico per l’assegnazione dell’intero complesso destinato a servizi giovanili e attività culturali. Sono arrivate due offerte: quella dell’associazione Comala e quella di una rete di otto realtà associative, guidate dalla milanese Social Innovation Teams Italia APS. Dopo la valutazione delle proposte, la commissione tecnica ha attribuito il punteggio più alto proprio alla ATS, proponendola come nuova aggiudicataria per la gestione dello spazio.

Questa scelta ha scatenato una forte reazione da parte dei gestori storici e di numerose realtà cittadine. Il presidente dell’associazione Comala, Andrea Pino, ha pubblicamente denunciato la decisione, definendola come una vera e propria “cancellazione” dell’esperienza sociale costruita in quindici anni. Pino ha parlato di una chiusura del luogo, non di una semplice transizione gestionale, puntando il dito contro l’idea di una gestione più imprenditoriale e meno radicata nel tessuto sociale torinese.

In effetti la nuova cordata punta a trasformare la struttura in un incubatore o accelleratore di start up di impatto, mischiando imprenditorialità, innovazione sociale e sostenibilità. Nella cordata ci sono sette associazioni capitanate da Social Innovation Teams Italia, con Area G, Associazione Nessuno, Eufemia, Il Tiglio, Misteria, Si Può Fare, Zero Waste Italy. La rete di enti ha risposto alle accuse con un comunicato in cui si sostiene che “uno spazio pubblico non può diventare ‘proprietà esclusiva’ di un solo soggetto, ma deve essere gestito in modo inclusivo, plurale e accessibile a diverse comunità”.

Successivamente gli account social del Comala hanno diffuso due video in cui lanciano accuse dettagliate e dirette alla gestione del bando e al Comune di Torino, alla circoscrizione 3 e al PD. Parallelamente è stata messa online una petizione per salvare il Comala che ha già raccolto in poche ore 20 mila adesioni. In un secondo video viene descritta la composizione della cordata cui il Comune di Torino pare voler affidare lo spazio e sulla natura e l’operato di alcuni dei soggetti che ne fanno parte.

Per ora non non sono stati resi pubblici i progetti proposti e la gradutoria esplicita dei risultati delle valutazioni.

La polemica si è estesa anche sul piano politico: il Partito Democratico metropolitano ha annunciato una denuncia per diffamazione nei confronti di Pino, ritenendo infondate le accuse rivolte al partito per le scelte del bando. Comala a sua voltà chiederà tutti gli atti della vicenda per capire tutto quello che è successo.

All’interno del centrosinistra, diversi esponenti hanno espresso critiche sul metodo dei bandi per l’assegnazione di spazi pubblici, invitando a riflettere su strumenti alternativi più cooperativi per riconoscere l’impatto sociale di esperienze consolidate.

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