“Solo il 27% degli americani approva l’attacco all’Iran. Per il 56% Trump è troppo incline all’uso della forza”
L’attacco all’Iran è arrivato la mattina del 28 febbraio: un’alba segnata dal coordinamento di missili statunitensi e israeliani che si sono abbattuti su diverse città del Paese, oltre alla capitale Teheran. Negli Stati Uniti però, l’intelligence non aveva nessuna avvisaglia del fatto che il regime degli Ayatollah fosse in procinto di attaccare chicchessia, né che si stesse dotando di una bomba atomica. E ora anche alcuni funzionari del Pentagono, parlando davanti al Congresso, hanno dichiarato che nessuna informazione in mano alla Difesa americana indicava la possibilità di un attacco di Khamenei agli Usa. Per quanto l’Iran sia percepito come nemico, a due giorni dall’inizio del conflitto, i cittadini americani non sono d’accordo con la scelta del presidente Trump: secondo un sondaggio Reuters-Ipsos – uscito la sera del 1 marzo e condotto su 1.282 intervistati -, solo il 27% è a favore dell’operazione bellica, mentre il 43% è contrario e un 29% è indeciso. Il sostegno, peraltro, è fortemente polarizzato: sono favorevoli il 55% dei Repubblicani, percentuale che per i democratici si riduce al 7%. Anche la base Maga, divisa tra l’ala interventista e quella più isolazionista, è dilaniata da posizioni diverse: per il giornalista di riferimento della galassia trumpiana Tucker Carlson è un atto “malvagio”, mentre l’influencer di destra Nick Fuentes implora il tycoon di fermarsi e accusa Israele. Inoltre, il 56% degli intervistati ritiene che Trump sia troppo incline all’uso della forza per imporre gli interessi degli Stati Uniti. Un’opinione condivisa dall’87% dei democratici, così come il 23% dei repubblicani e il 60% di chi non si identifica in nessuno dei due schieramenti. Le percentuali indicano già una bocciatura dell’elettorato sull’azione militare, ma nel caso di aumento delle vittime Usa e di impennata dei prezzi del carburante il consenso per il capo della Casa Bianca potrebbe ulteriormente precipitare.
Solo il 26 febbraio, due giorni prima dell’attacco a Teheran, da un sondaggio AP-NORC emergeva che l’Iran era percepito nemico dal 61% americani – in lieve aumento rispetto al 53% del sondaggio Pearson/AP-NORC del 2023 -, che intravedevano nel suo programma nucleare una minaccia. Circa la metà degli intervistati si diceva “molto” o “estremamente” preoccupata, mentre solo 3 su 10 esprimevano fiducia in Trump sull’uso della forza militare e sulla gestione dei rapporti con Paesi avversari. Le preoccupazioni attraversavano entrambi i partiti, ma erano più forti tra i repubblicani e tra gli elettori più anziani. Allo stesso tempo, solo circa la metà degli adulti statunitensi sotto i 45 anni affermava che l’Iran era un nemico, rispetto a circa 7 americani su 10 di età pari o superiore a 45 anni. Emergeva anche un’ampia divisione generazionale nelle preoccupazioni per il programma nucleare iraniano: solo circa un terzo degli americani sotto i 45 anni affermava di essere molto preoccupato, rispetto a circa 6 su 10 tra gli americani più anziani. Divisioni generazionali che segnano anche la spaccatura interna dei Maga, come ha rilevato su Politico il podcaster conservatore Jack Posobiec. “I sostenitori Maga della Generazione Z – ha detto – vogliono arresti nel caso Epstein, deportazioni e aiuti economici, non guerra”. Secondo Posobiec, l’attacco contro l’Iran potrebbe alienare la base e danneggiare i repubblicani nelle prossime elezioni di medio termine del 2026: “L’anno scorso, Charlie Kirk ci ha detto che le giovani generazioni di americani sono molto più interessate alla politica interna che alla gestione dei conflitti internazionali e non possiamo dimenticarlo in un anno di elezioni di metà mandato”, ha aggiunto. E date le richieste degli elettori, l’attacco in Iran potrebbe avere un effetto deleterio anche sul piano del consenso.
All’indomani del discorso sullo Stato dell’Unione, il sondaggio del Washington Post/Abcnews/Ipsos, mostrava infatti una maggiore propensione dei dem a votare per il midterm – il 79% – contro un minore entusiasmo dei repubblicani. Solo il 65% degli elettori registrati ha infatti confermato di volere votare alle urne di novembre. Un vantaggio di 14 punti per quanto riguarda l’entusiasmo della propria base elettorale rappresenta il miglior risultato per i democratici dalle elezioni di midterm del 2006. Da ricordare che nel 2018, quando i democratici riconquistarono la Camera alle elezioni di midterm del primo mandato di Trump, un sondaggio realizzato sempre da Post-Abc a gennaio dava loro un vantaggio di cinque punti per quanto riguarda l’entusiasmo della base. Bisogna comunque sottolineare che, anche con un approvazione per Trump al 41%, il poll registra come gli americani appaiono in generale quasi equamente divisi tra i due partiti, con i democratici al 47% e i repubblicani al 45%. Alla vigilia del discorso sullo Stato dell’Unione, però, solo il 32% – secondo un sondaggio Cnn -degli americani riteneva che il presidente avesse le giuste priorità: il gradimento del presidente fra gli adulti è al 36% e un 61% degli interpellati era convinto che le sue politiche stessero spingendo il paese nella direzione sbagliata. Pochi giorni dopo
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