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Il deficit scende ma non troppo: per l’Istat è al 3,1% e l’uscita dalla procedura d’infrazione Ue è rimandata

Brutta sorpresa per il governo Meloni: il deficit scende ma non abbastanza. Nel 2025 il Pil italiano è cresciuto dello 0,5%, in linea con le attese, ma il disavanzo si è fermato al 3,1%. Il livello è inferiore rispetto al 3,4% dell’anno precedente, ma non tale da garantire il rispetto del parametro del 3% del Patto di stabilità e l’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione europea. Almeno per ora. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non appena resi noti i dati Istat sulla situazione dei conti pubblici, si è affrettato a chiarire che i numeri sono ancora provvisori e che la pubblicazione avviene prima della comunicazione ufficiale a Bruxelles. La causa del mancato raggiungimento dell’obiettivo sarebbe da ricercare nel “colpo di coda del Superbonus“, i cui effetti si farebbero sentire anche sul debito, cresciuto più delle aspettative oltre il 137% del Pil.

Margini di revisione potrebbero dunque ancora esserci, tanto che lo stesso istituto di statistica ricorda che i dati saranno trasmessi ad Eurostat entro il 31 marzo e che il conto “è suscettibile di modifiche a conclusione del processo di notifica per deficit eccessivo, il 21 aprile 2026, se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate”. Anche Bruxelles non si sbilancia e prende tempo. La Commissione, fa sapere un portavoce dell’esecutivo Ue, valuterà la situazione del disavanzo dell’Italia nell’ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026, quindi all’inizio di giugno, “sulla base dei dati di consuntivo 2025”. E così sull’uscita dalla procedura (su cui anche la premier Giorgia Meloni si era espressa lasciando trapelare un certo ottimismo nel week end) potrebbe non essere ancora detta l’ultima parola.

La partita in gioco è doppia ed ha un valore politico oltre che finanziario. Scendere sotto il fatidico parametro di Maastricht permetterebbe all’Italia di abbandonare la sorveglianza rafforzata della Commissione, ma anche di attivare la clausola di salvaguardia per la difesa prevista dalle nuove regole di bilancio europee. Il governo potrebbe così mantenere fede all’impegno delineato ad ottobre nell’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica di investire a scopo militare 12 miliardi di euro in tre anni. Un impegno che anche l’Europa vorrebbe vedere rispettato.

A Roma però non mancano le critiche. L’opposizione non perde l’occasione e attacca il lavoro del Mef e di tutto il governo. Elisa Pirro, capogruppo M5S in commissione Bilancio del Senato, definisce Giorgetti “un impostore” e parla di conti “allo sfascio”. Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, fa notare che senza gli investimenti finanziati dal Pnrr, “l’Italia avrebbe chiuso l’anno in recessione” e definisce “molto deludenti anche i dati sui conti pubblici”. Il pentastellato Mario Turco insiste invece su un altro fattore non indifferente, quello della pressione fiscale: “Oggi siamo al valore più alto degli ultimi 20 anni, secondo solo al picco registrato durante il Governo Monti“, evidenzia.

Il peso del fisco rispetto al Pil è effettivamente salito lo scorso anno al 43,1%, 0,7 punti in più rispetto al 2024. Il motivo, spiega l’Istat, sta nella crescita delle entrate fiscali e contributive superiore a quella del Pil a prezzi correnti. Quanto basta alla Cgil per parlare di “un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e pensioni che pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa del drenaggio fiscale”.

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