“Siamo il popolo più debole della terra. Per mangiare, apriamo il frigo anziché sudare nei campi. Anche l’impero romano finì perché non lavorava più nessuno”: l’affondo di Umberto Galimberti
Che cosa accadrà ai nostri figli? “Non lo so. Non riesco a immaginare il loro futuro. Il domani non è più prevedibile. La tecnica ha assoggettato il mondo. Scambia lo sviluppo per progresso”. Parola di Umberto Galimberti, filosofo, psicanalista, psicologo, antropologo e sociologo. “È regolata da una razionalità rigorosissima, raggiunge il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi e mette l’uomo fuori dalla storia. Ma l’amore non è razionalità, e neppure il dolore, la fede, il sogno, l’ideazione lo sono”, dice, intervistato per i quotidiani di “Nord Est Multimedia”.
La fine delle civiltà
Non sarà forse per questo che gli Italiani hanno sostanzialmente smesso di fare figli, domanda il giornalista? “I figli sono un ostacolo all’edonismo sfrenato” replica Galimberti. “Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo”. E ‘attacca’: “Siamo il popolo più debole della terra. Per mangiare, apriamo il frigo anziché sudare nei campi. L’impero romano finì così, fra postriboli e spettacoli circensi. Non lavorava più nessuno. Dovette importare i barbari per fare le guerre e le opere idrauliche. Un tempo pensavo che le civiltà finissero per cause economiche. Ora invece sono certo che muoiono per decadenza dei costumi“.
Il ricordo della moglie
Nella lunga intervista, Galimberti parla anche della moglie Tatjana Simonic, morta nel 2008, “presto, troppo presto, le ho vissuto accanto per 41 anni, senza mai annoiarmi, da quando non c’è più non so perché resto al mondo, la mia vita è solo noia“. Simonic è sepolta nel cimitero di Lambrate, a Milano. Toccanti le parole che il filosofo le dedica, persino quando parla della sua tomba: “Una bellissima tomba, con Atena, dea greca della sapienza, che piange appoggiata a uno stelo. Quando sono in disordine con me stesso, vado lì. Lei mi osserva dalla foto sulla lapide e mi obbliga a riflettere. È la mia terapia. Mi ricorda che devo morire anch’io”, conclude.
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