‘Svolta sulla tregua a Gaza’. Intesa sugli ostaggi israeliani, si attende l’ok dal fratello di Sinwar. Hamas: ‘I prigionieri palestinesi presto liberi’
A Doha si è arrivato a una svolta. Il 9 gennaio era stato il segretario di Stato americano, Antony Blinken, a dichiarare pubblicamente che un accordo per il cessate il fuoco a Gaza era molto vicino. Nelle ultime ore sono arrivate importanti conferme: lo dicono i media israeliani, che forniscono anche alcuni dettagli di quella che sempre più soggetti definiscono un’intesa imminente; lo dice il ministro degli Esteri di Tel Aviv, che ha ribadito il protrarsi dell’intenso lavoro per giungere a un accordo; lo dice anche Hamas che in un comunicato si è rivolto direttamente ai prigionieri palestinesi nelle carceri dello Stato ebraico dicendo loro che “la liberazione si avvicina”. Manca solo una voce, il timbro finale sull’intesa, che però è di primo piano: quella di Muhammad Sinwar, fratello dell’ex capo di Hamas Yahya Sinwar, ucciso a ottobre dall’esercito d’Israele nella Striscia.
Nelle ore cruciali delle trattative sono circolati alcuni dettagli sulle richieste dell’una e dell’altra parte. La più importante è quella di Israele che, come già nei mesi scorsi, ha ribadito la volontà di creare una zona cuscinetto di circa un chilometro e mezzo lungo il confine di Gaza che rimarrà sotto il controllo israeliano, secondo quanto riportato dal Times of Israel. Si tratterebbe del margine di protezione più volte invocato da Tel Aviv per prevenire altri attacchi via terra come quello del 7 ottobre 2023. Una richiesta sempre respinta dalla controparte palestinese, contraria alla concessione di territorio da far occupare alle forze militari dello Stato ebraico. In precedenza, un’area di 300 metri era stata considerata come zona cuscinetto: sebbene non vi fosse alcuna presenza delle Idf, c’era un accordo secondo cui le truppe avrebbero sparato a coloro che fossero entrati in quel territorio.
In cambio Israele dovrà comunque abbandonare la Striscia di Gaza. Un processo che avverrà in più fasi, come evidenzia anche il quotidiano Al-Quds Al-Arabi. Nelle prime due tranche di questo ritiro, in parallelo, dovrebbe avvenire anche la liberazione sia dei rimanenti ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas sia quella di migliaia di prigionieri palestinesi imprigionati nelle carceri di Israele. Israele ha fatto sapere di aver bisogno di sapere quanti degli ostaggi siano ancora vivi prima di accettare una cifra sui palestinesi da liberare, ma su uno di loro ha già messo il proprio veto: l’ex leader del braccio armato di al-Fatah Marwan Barghouti, condannato a cinque ergastoli e che potrebbe risvegliare l’entusiasmo dei militanti più laici. Motivo per cu la sua liberazione non è ben vista non solo da Israele, ma nemmeno dalla leadership di Fatah e di Hamas per paura che possa attirare consensi e, di conseguenza, toglierli agli altri leader. Il veto, però, non ha colpito solo Barghouti, ma anche altri nove leader, tra cui Ahmad Saadat, capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina che ha progettato l’assassinio del ministro israeliano Rehavam Zèevi nel 2001, insieme ad altri alti membri militari di Hamas e del Jihad Islamico. Per evitare una crisi nei negoziati, le parti hanno concordato che il rilascio dei detenuti sarà discusso dopo il completamento della prima fase dell’accordo.
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