Iran, le testimonianze: “Internet bloccato, non sentiamo le nostre famiglie da una settimana”. “Sparano sulla folla, ma le persone restano perché non hanno niente da perdere”
Da giorni non hanno più notizie di mamme e papà, degli amici, di tutte le persone che sono scese in piazza per protestare contro il regime. “Sono molto preoccupata”, racconta la regista Somayeh Haghnegahdar in Italia dal 2022. “Nell’ultima chiamata di giovedì scorso i miei parenti mi raccontavano che c’era tantissima gente per strada e quasi tutti i negozi chiusi. Non sapevano cosa sarebbe potuto succedere”. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte. Sarina, invece, parla sotto pseudonimo, è un dottoressa che vive in Europa e fino a inizio gennaio era in Iran: “Prima di salire sull’aereo ho detto a mamma: ‘Ti chiamo quando arrivo’. A quel punto ci siamo guardate negli occhi: sapevamo non sarebbe stato possibile”. L’ultimo accesso su Whatsapp è di martedì 6 gennaio. Da allora fissa il cellulare in attesa di un segnale. “È successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini: non avevamo internet dalle 17 alle 21 ogni giorno”. Ora, se possibile, la situazione è peggiore: “Nei primi giorni di mobilitazione, nemmeno le telefonate funzionavano. Ho sentito di persone colpite alla testa che non hanno potuto chiamare un’ambulanza. Molte vite sono state perse”. E nel silenzio la repressione continua: “Un amico chirurgo venerdì mattina mi ha detto che stanno sparando con munizioni vere e armi pesanti. Tantissimi ventenni sono morti, o sono rimasti paralizzati perché colpiti alla spina dorsale. Da questo non si torna indietro. Le persone sono più arrabbiate che mai”. Per Somayeh Haghnegahdar e Sarina, l’importante ora “è non lasciare soli i manifestanti” e continuare a parlarne. Entrambe ricordano il “coraggio” di chi sta rischiando la propria vita: “Noi, da qui, vorremmo fare la nostra parte”, dicono.
“Le persone nonostante i morti vanno in piazza a manifestare. Forse ci sarà un cambiamento”
Regista e montatrice, Haghnegahdar ha lasciato l’Iran dopo essere stata segnalata per il suo lavoro: “Da quel momento ho capito che dovevo partire”, dice. E da quel momento ha iniziato a far sentire la sua voce: è stata portavoce della Iranian Independent Filmmakers Association (che in questi giorni sta lanciando un appello in difesa dei manifestanti) e tra le attiviste in prima linea per il movimento “Donna vita libertà”. Il suo sguardo è sempre stato rivolto verso casa. “La situazione economica è diventata insostenibile. Negli ultimi giorni la moneta è crollata ed è stata una scintilla che ha acceso le proteste”, racconta. “Le persone non vedono un futuro, né economico né culturale. Lo Stato ha distrutto tutto. Non hanno niente da perdere: se deve continuare così, pensano, tanto vale lottare e morire”. Queste le testimonianze raccolte da chi, fino a pochi giorni fa, era in contatto costante con i manifestanti. “Siamo in una situazione in cui i negozianti, il giorno dopo, non possono comprare quello che vendono oggi. Inoltre il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza”. E nonostante la dura repressione e le violenze, secondo Haghnegahdar, “ora è diverso”: “Negli ultimi anni abbiamo avuto tante proteste e sempre hanno sparato sulla gente: quando è così si torna a casa, ma non stavolta. Tutti coloro con cui ho parlato mi hanno detto: forse ci sarà un grande cambiamento, perché tutti siamo scontenti. E ho visto che nonostante i morti sono andati in piazza”. Proprio le immagini delle bare e delle persone che vanno a cercare i propri cari sono state fatte circolare dal regime: “Una scelta diversa dal solito: la tv di Stato ha mostrato le immagini dei cadaveri, accusando Usa e Israele. Si è parlato di terroristi facinorosi. E poi hanno dichiarato tre giorni di lutto. Ma a sparare sono stati loro”.
“Io ero in piazza per Mahsa Amini, sparavano in faccia alle persone. Anche oggi i manifestanti avanzano disarmati”
Sarina è una dottoressa e, dice, “non avevo mai pianificato di emigrare”: “Amo il mio popolo, i miei amici e la mia famiglia. Ma dopo il collasso economico e dopo aver capito che potevo essere uccisa semplicemente per aver rifiutato di indossare l’hijab, ho deciso di andarmene, come tanti miei amici”. Oggi segue le proteste da lontano. “In Iran le persone sono esauste. Le proteste non sono una novità. Ricordo quando ero bambina e Ahmadinejad vinse le elezioni con i brogli. Ricordo le foto dei manifestanti affisse nelle scuole, e insegnanti e perfino bambini che venivano interrogati per sapere se li riconoscessero per poterli arrestare. Era quasi vent’anni fa: chissà cosa possono fare ora con il riconoscimento facciale”. Sarina ricorda le ultime proteste del 2022: “I miei amici e io abbiamo protestato con grande cautela, eppure abbiamo comunque affrontato conseguenze gravissime. Ricordo un momento in cui eravamo tantissimi per strada, ma nessuno osava nemmeno gridare. C’erano repressori ovunque: pochi, ma con ordini di uccidere, accecare o arrestare. Sparavano direttamente al volto delle persone. Tantissime persone sono rimaste cieche. Allora in tanti abbiamo capito che a mani nude in strada non possiamo fare quasi nulla. Anche se uscissimo tutti, non avrebbero alcuna esitazione a portare i carri armati e uccidere. Nessuno li ferma”. Lo stesso vale per le proteste degli ultimi giorni: “Si vedono persone che avanzano verso la polizia che spara contro di loro mentre sono completamente disarmate. Quando le famiglie ricevono i corpi dei loro cari, non piangono in silenzio, ma urlano ‘Ucciderò chi ha ucciso mio fratello’”. C’è una spinta diversa oggi? “Le parole di Trump e ciò che è successo in Venezuela con Maduro hanno dato alle persone una strana sensazione di speranza. Credo sia uno dei motivi per cui si lotta in modo più aggressivo”.
“Le ingerenze di Usa e Israele? Non basterebbero per provocare queste proteste. Reza Pahlavi? Non ci sono alternative”
Il grande interrogativo riguarda cosa potrebbe succedere dopo, se il regime dovesse davvero cadere. “Il regime islamico”, dice Somayeh Haghnegahdar, “è come una malattia da estirpare. Prima ci vogliono i sacrifici e poi servirà un referendum per capire come andare avanti. Siamo un popolo di intellettuali e gli esperti esistono. Siamo stanchi: prima il Paese era una prigione per scrittori, artisti e giornalisti, ora riguarda tutti. Nessuno può vivere in questa situazione”. E in questa incertezza, il timore delle ingerenze straniere resta. “Non dimentichiamo però”, continua Haghnegahdar, “che l’Iran non è un Paese piccolo. Sono tantissime le persone per strada, quanto avrebbero dovuto essere organizzati per provocare queste manifestazioni? Il regime vuole farci credere che dietro le proteste c’è la manipolazione degli americani e degli israeliani. Ma è una truffa”.
L’unico leader emerso in queste ore è Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Shah in esilio. “Io non sono monarchica, ma è l’unico a farsi sentire”, osserva Haghnegahdar. Per Sarina “è qui che le cose diventano molto complicate. Non è stato una figura politica attiva, non è chiaro sui suoi obiettivi reali e nessuno sa cosa accadrebbe se prendesse il controllo. Ma non ci sono alternative. Non abbiamo un leader dell’opposizione, perché la Repubblica Islamica li ha eliminati”. E “o continuiamo con presidenti formali che non hanno alcun potere reale, oppure ascoltiamo Reza Pahlavi e speriamo che non dirotti la rivoluzione, proprio come fece Khomeini nel 1979. Al momento, è l’unica opzione”. Proprio Sarina è stata respinta dagli Stati Uniti: “Erano la mia prima scelta e lì vive la persona che amavo. Con il travel ben di Trump sono rimasta bloccata qui”, racconta. “Nessuno odia Trump più di me. So che molti iraniani lo sostengono perché credono che sia l’unica persona con abbastanza potere per rendere la vita più difficile ai mullah. Sia chiaro: nessuno vuole forze straniere nel proprio Paese. Ma le persone in Iran hanno preso una decisione”. E questo comporta dei compromessi: “C’è uno slogan che dice: ‘Questa patria non sarà una patria finché i mullah non saranno sepolti‘. Immaginate quanta rabbia la gente abbia dovuto sopportare per arrivare a un punto di totale intolleranza verso qualsiasi forma di potere religioso nel sistema”. Così racconta anche Somayeh Haghnegahdar: “Il popolo iraniano ha superato l’Islam, non crede che la religione sia la salvezza. Sono convinta che se noi avessimo un Paese libero, non si dichiarerebbero come musulmani. La religione non è la nostra identità. Ora che abbiamo avuto questa teocrazia cosi dura tutti si sono accorti di cosa significa e per questo ora le donne registrano i video mentre bruciano la foto di Khamenei e poi si accendono una sigaretta. E per tutte coloro che si espongono, ci sono sempre conseguenze. Anche se vivono fuori dall’Iran”.
Per Sarina serve un aiuto esterno: “Non stiamo affrontando un governo normale. Questi leader sono peggiori di qualunque cosa abbiamo visto. Uccidono il loro stesso popolo senza alcuna esitazione. Sappiamo che gli Stati Uniti o l’Occidente potrebbero volere in cambio il petrolio, ma in questo momento viene già rubato dai mullah. Quindi sì, abbiamo bisogno di aiuto e siamo disposti a pagarne le conseguenze. Più il mondo aspetta, più tempo il regime ha per reprimere, arrestare, torturare”. E invece, chiude Somayeh Haghnegahdar, “se il popolo iraniano vincerà ci sarà un Rinascimento in Medioriente”. Intanto, nel blackout totale si continua a morire.
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