Nel caos del ‘regime change’ in Iran, il Pakistan resta fragile e circondato: l’instabilità è un rischio enorme
Penso che sia necessario dirlo con chiarezza, anche a costo di risultare scomodi: quello che sta accadendo in Iran non è un fatto interno, né una crisi lontana che possiamo osservare con distacco. Ma siamo davanti a una dinamica già vista troppe volte, in cui proteste reali e legittime vengono progressivamente inglobate in una partita geopolitica più grande, dominata da interessi strategici, risorse energetiche e logiche di potenza. La storia recente dei “regime change” avrebbe dovuto insegnare qualcosa, e invece si continua a far finta di niente.
Le manifestazioni in Iran nascono da problemi concreti: inflazione, difficoltà economiche, scelte politiche contestate. Su questo non ci sono dubbi. Sarebbe però ingenuo ignorare il contesto internazionale in cui tutto questo avviene. Quando un Paese come l’Iran, centrale per il petrolio, il gas e gli equilibri regionali, entra in una fase di instabilità, non mancano mai attori esterni pronti a spingere nella direzione che più conviene loro. E quasi mai questa direzione coincide con il benessere dei cittadini.
Il punto più delicato di tutta questa vicenda è il collegamento con il Pakistan. Islamabad è oggi uno degli osservatori più preoccupati di ciò che succede a Teheran, e non a caso. Il Pakistan si trova già in una posizione estremamente fragile, tra difficoltà economiche, tensioni interne e un contesto regionale ostile. Ignorare questo elemento significa non comprendere la portata reale della crisi.
Il recente conflitto di quattro giorni tra India e Pakistan è stato un campanello d’allarme chiarissimo, che avevo seguito con molta attenzione, come giornalista e rimanendo neutrale. In quei giorni è emerso senza ambiguità il nexus strategico e militare tra India e Israele. Il Pakistan non si è trovato di fronte solo all’India, ma anche a tecnologie avanzate, intelligence e supporto israeliano. Questo dato cambia profondamente la lettura degli equilibri regionali.
Per questo motivo, credo che un eventuale intervento statunitense o israelo-americano in Iran rappresenterebbe un rischio enorme per il Pakistan. Se Stati Uniti e Israele arrivassero a esercitare una forte influenza sull’Iran, Paese che confina direttamente con il Pakistan, Islamabad si ritroverebbe stretta tra due “nemici strategici”: l’India a est e un Iran ostile o controllato da Usa/Israele a ovest. Uno scenario del genere metterebbe in pericolo la sicurezza nazionale pakistana e destabilizzerebbe ulteriormente l’intera regione.
E qui vi ricordo una cosa fondamentale: il Pakistan è una potenza nucleare. Ignorare questo dato significa sottovalutare il rischio che una crisi regionale possa trasformarsi in una minaccia globale, con conseguenze che andrebbero ben oltre i confini dell’Asia meridionale.
Quindi tutto questo caos legato al “regime change” non riguarda solo l’Iran, ma investe direttamente anche la stabilità del Pakistan. L’auspicio è che lo Stato pakistano riesca a gestire questa fase delicata con la stessa lucidità dimostrata durante il recente conflitto tra India e Pakistan: attraverso diplomazia, intelligenza strategica e nuove alleanze, mettendo però sempre al centro il proprio interesse nazionale e, prima di tutto, la sicurezza del Paese.
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