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“Uno dei nostri, tutti i vostri”: così Trump e i suoi scherani legittimano le rappresaglie in stile nazista


“Uno dei nostri, tutti i vostri.” È una frase che dovrebbe stare nei manuali di storia del Novecento, accanto alle fotografie delle fucilazioni e alle lapidi senza nome. E invece oggi viene esibita negli Stati Uniti, come se fosse uno slogan qualunque, come se non portasse con sé il carico di sangue e di infamia che la storia le ha già assegnato.

La responsabile di questo ennesimo scempio è la scellerata Kristi Noem, una strega che fa della disumanità un vanto e della ferocia la sua cifra etica. Quella Kristi Noem che si era fatta fotografare davanti ad una gabbia piena di prigionieri ammassati come fossero bestie da esibire; la stessa che ha definito ‘terrorista’ una pacifica madre che che si opponeva in maniera non violenta al terrorismo di stato esercitato dagli scherani trumpiani con licenza d’uccidere.

Qui non c’è ambiguità possibile. L’amministrazione Trump ha scelto la forza e la violenza come linguaggio politico e come metodo. Prima contro i migranti, trasformati in bersagli da cacciare, respingere, umiliare. Ora contro gli stessi cittadini americani, con i militari chiamati a “ristabilire l’ordine” a colpi di pistola. È un punto di non ritorno. Quando lo Stato imbraccia le armi contro la propria società, la democrazia è già in ritirata.

Non è sicurezza. È intimidazione. Non è difesa. È rappresaglia. È la vecchia, lurida idea che il potere possa punire collettivamente, che il ‘nemico’ – ossia chi dissente – non abbia volto né diritti, che la legge possa essere sospesa in nome dell’obbedienza. È la grammatica del nazifascismo, rispolverata senza pudore, che vorrebbero presentabile , normalizzata a colpi di propaganda e menzogne.

In questo clima i diritti civili evaporano, quelli sociali vengono archiviati come debolezze, il diritto internazionale diventa carta straccia. Resta solo la forza, ostentata, celebrata, rivendicata. E resta il silenzio complice di chi finge di non capire, di chi chiama “ordine” ciò che è solo violenza di Stato.

Non è allarmismo dirlo. È responsabilità. Perché quando una democrazia comincia a parlare il linguaggio delle armi, quando esibisce slogan da rappresaglia e usa i militari come strumento politico, non sta scivolando: sta scegliendo. E la scelta è quella dell’autocrazia e della dittatura, vestita da sicurezza, con un odore fin troppo riconoscibile.

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