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“Tutti volevano uscire dalla stessa porta. Il personale è fuggito e non c’era un estintore”. Parlano i sopravvissuti di Crans-Montana

Nuove testimonianze arrivano dai sopravvissuti al rogo del bar Le Constellation, avvenuto a Crans-Montana durante la notte di Capodanno. Dopo le indagini e la confessione di Jacques Moretti – proprietario del locale insieme alla moglie Jessica – che aveva ammesso di aver trovato chiusa la porta di servizio e di aver cambiato personalmente i pannelli fonoassorbenti tramite cui le fiamme si sarebbero propagate, emergono nuovi dettagli e responsabilità sull’incubo vissuto nella notte che è costata la vita a 40 persone.

“Tutti volevano uscire dalla stessa porta” racconta Camille, amica di Cyane Panine, la cameriera con il casco morta durante il rogo e su cui c’è un tentativo, respinto dalla famiglia e dall’avvocata, di addossare una responsabilità. “Non c’era un estintore, solo la musica che suonava. Una scena catastrofica” aggiunge la ragazza. I verbali mostrano il punto in cui sono state ritrovate le vittime: quasi la totalità – 34 morti su 40 – sono nell’imbuto dove l’angusta scala – che era stata dimezzata per far spazio ad altri tavoli – collegava seminterrato e piano terra. La scala, negli anni precedenti, era stata ridotta dalle sue già piccole dimensioni per aumentare la capienza del locale.

L’uscita d’emergenza è ostruita e “tenuta aperta con uno sgabello“, racconta un vigile del fuoco. Sgabello che in quel momento diventa un ostacolo. Nei momenti di panico Jessica Moretti esce dal locale, per molti scappa via con la cassa. La donna si difende tramite il suo legale, Patrick Michod, che nega l’interpretazione – sorretta da una presunta testimonianza – secondo cui la donna sarebbe fuggita con l’incasso. La proprietaria sarebbe uscita invece “per chiamare i soccorsi”.

Boulay, sopravvissuto 19enne, racconta: “Ho visto una guardia colpire le fiamme con un panno, ma ha avuto l’effetto opposto. Le ha propagate”. Mentre il fuoco divampa qualcuno prova a spegnerlo, come Ferdinand. “Non c’era personale dietro il bancone” dice il ragazzo, che lo nota dopo aver “raggiunto un mini-frigo e preso una bottiglia d’acqua per cercare di spegnere l’incendio”.

Per chi è riuscito a raggiungere il piano di sopra l’uscita di servizio diventa l’ennesimo ostacolo. La porta è chiusa a chiave, come ammesso da Moretti stesso. Adrien è un suo dipendente ma di un altro locale, e a Capodanno passa dal bar prima della tragedia. Testimonia: “C’è una porta che ho fatto fatica ad aprire perché c’era una serratura a 190 cm di altezza. Qualcuno ha chiesto di uscire a fumare e l’ho fatto uscire da quella parte”. Dopo, però, la porta viene richiusa. Secondo Adrien in questo modo “la sicurezza filtrava gli ingressi, penso lo facesse per permettere a tutti di usare la stessa porta e rendere più facile il lavoro, forse”.

Dietro al portone sono ritrovati sei corpi, tra cui quello di Cyane, la barista col casco. Moretti l’aveva definita “una sorellina“. La madre ora la piange e accusa: “La proprietaria aveva paura che i clienti non pagassero, quindi era tutto chiuso a chiave”. I suoi genitori non accettano le ricostruzioni che parlano di un rapporto stretto tra la figlia vittima della strage e i proprietari. Tra Cyane e i Moretti c’era stato di mezzo anche un tribunale, richiesto dalla barista per avere contratto e busta paga. La ragazza parlava di “mancanza di empatia” da parte degli imprenditori. “Non si sono mai dati del tu – dicono i parenti – Soffriva per le condizioni di lavoro. Si sentiva sfruttata. Prima di morire ha raccontato il suo esaurimento, fisico e mentale”. Secondo l’avvocata Sophie Haenni “il lavoro di Cyane era accogliere gli ospiti. Non avrebbe dovuto servire ai tavoli. Non è mai stata informata della pericolosità del soffitto e non ha ricevuto formazione. La morte di 40 persone si sarebbe potuta evitare. Cyane è una vittima“.

Per i legali della famiglie delle vittime, intanto, sono finiti sotto accusa i pm. Ci sarebbero “pressioni illegali” e indagini “piene di lacune”. Romain Jordan ha creato una piattaforma per segnalare foto e video o informazioni utili. Il Canton Vallese, invece, ha disposto 10mila franchi per ogni vittima ricoverata o deceduta. Alcuni chiedono allo Stato una cifra più alta, un fondo di 50 milioni. Oggi avvocati e parenti dei ragazzi italiani morti sono a Palazzo Chigi per stabilire con le Istituzioni una linea comune sul fronte giudiziario. La procura di Roma nei giorni scorsi- ha mandato una richiesta di rogatoria in Svizzera per avere atti d’inchiesta.

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