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La vera storia dello stoccafisso: dal naufragio in Norvegia a Venezia

C’è un personaggio ingiustamente dimenticato nella storia della gastronomia italiana, a cui la città di Venezia deve molto del suo patrimonio culinario. Parliamo di Pietro Querini: mercante, navigatore, Senatore della Repubblica di Venezia nel XV secolo, fu colui che portò lo stoccafisso che gustiamo oggi sulle rive del Mar Adriatico, dalla Norvegia alla città lagunare.

Il naufragio che cambiò la storia

A volte le grandi scoperte nascono da una (mancata) catastrofe. È il caso dello stoccafisso, che oggi chiamiamo baccalà, arrivato in Italia grazie a un naufragio nel gelido mare del Nord. Era il 25 aprile 1431 quando Pietro Querini salpò da Candia con un carico prezioso: 800 barili di Malvasia, spezie, cotone e cera. Destinazione Fiandre. Ma il destino aveva altri piani.

Dopo aver superato Capo Finisterre, la nave venne sorpresa da violente tempeste che la spinsero al largo dell’Irlanda. Il timone si ruppe, l’albero crollò, e per settimane l’equipaggio andò alla deriva. Il 17 dicembre, quando ogni speranza sembrava perduta, decisero di abbandonare il relitto. Si divisero su due imbarcazioni: una scialuppa e una lancia più grande dove salì Querini. Della scialuppa non si seppe più nulla.

Undici giorni tra i ghiacci

La lancia vagò per quasi un mese nell’oceano. Quando finalmente toccò terra, il 14 gennaio 1432, solo sedici uomini erano ancora vivi. Si trovavano a Sandøy, vicino all’isola di Røst, nell’arcipelago norvegese delle Lofoten, all’interno del Circolo Polare Artico. Per undici giorni sopravvissero sulla costa mangiando molluschi e accendendo fuochi per non morire assiderati, finché i pescatori locali non li avvistarono e li portarono in salvo.

L’ospitalità norvegese fu straordinaria. Per quattro mesi Querini e i suoi compagni vissero nelle case dei pescatori, condividendo la loro vita quotidiana. Fu allora che il mercante veneziano scoprì qualcosa di inaspettato: un metodo antico per conservare il merluzzo. I norvegesi lo lasciavano essiccare all’aria gelida, trasformandolo in un alimento leggero, nutriente e capace di durare mesi senza deteriorarsi.

Il grande ritorno

Il 15 maggio 1432 Querini ripartì verso sud con sessanta stoccafissi essiccati. A Bergen li vendette per procurarsi i soldi necessari al viaggio di ritorno. Passò da Londra e nell’ottobre dello stesso anno entrò finalmente a Venezia, dopo diciotto mesi di odissea.

Quello che portò con sé non era solo il ricordo di un’avventura straordinaria, ma un’idea commerciale destinata a trasformare la cucina italiana. Lo stoccafisso riscosse immediato successo: gustoso, economico e soprattutto perfetto per i lunghi periodi di Quaresima, quando la Chiesa vietava il consumo di carne.

In Veneto lo chiamarono baccalà, e nel tempo divenne protagonista di ricette che ancora oggi si tramandano di generazione in generazione. Una scoperta nata per caso, da un naufragio e dalla generosità di pescatori lontani, che ancora lega le tavole italiane ai fiordi norvegesi.

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