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Il riarmo per l’Italia equivale a prepararsi ad una guerra sociale

di Francesca Carone*

Dopo il conflitto tra Russia e Ucraina e il sangue sparso su Gaza, ora l’America attacca il Venezuela. E il cerchio (forse) si chiude.
Nella narrazione corrente ci sono aggressori e aggrediti. In quella filosofico-religiosa di matrice cristiana ci sono buoni e cattivi, potenti e deboli che prosperano o soccombono (a seconda del lignaggio, della ricchezza, del ruolo sociale o semplicemente di pura fortuna) nelle democrazie e nelle moderne dittature e “democrature”.

Si dice tutto e il contrario di tutto. Putin e Zelensky sono i due attori bellici “interscambiabili”: nel gergo metaforico più elementare, sono “double face”: aggressori (russi) per alcuni, aggrediti (ucraini) per altri e viceversa, a seconda della narrazione filorussa o filoucraina. Poi ci sono alcune autorevoli voci che, attraverso fondate e incontrovertibili argomentazioni storiche, hanno osato illustrare le radici del conflitto russo-ucraino e l’affossamento dei negoziati, misteriosamente delegittimati ancora prima di nascere.

La democratura russa di Putin rimane tale nel panorama politico mondiale. Le mosse belliche dello zar sull’Ucraina sono tuttavia il risultato di azioni pregresse di natura storico-territoriale in cui è coinvolta anche l’Ucraina. A fronte della guerra intestina russo-ucraina, costellata da azioni di forza da entrambe le parti, l’unica soluzione rimanevano i cosiddetti negoziati per scongiurare una guerra che da diversi anni continua a mietere un numero altissimo di vittime innocenti.

Se nella narrazione cosiddetta filorussa la parola chiave è negoziato, nella narrazione filo-ucraina la parola chiave è riarmo: protagonista di questa propaganda bellico/difensiva il famoso slogan sdoganato dall’Europa (della Von der Leyen, della Kallas e di Mertz ): “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”.

Ma prepararsi ad una guerra da scongiurare anche in un lontanissimo “Futuro”, per molte nazioni come l’Italia, significa prepararsi ad una guerra sociale in cui si riapre in modo inesorabile la forbice delle disuguaglianze, della povertà, del malessere e di una pericolosa instabilità generazionale collettiva che declina sempre più verso il disinteresse politico, verso la non partecipazione e quindi verso la perdita della “libertà”, come affermava Giorgio Gaber nel suo celebre brano, “Libertà è partecipazione”.

In Italia il numero di persone in povertà si è portato a livelli record. L’Italia, così come la Grecia, è l’unico Paese ad avere un segno rosso rispetto alla crescita degli stipendi; il reddito reale delle famiglie risulta in calo rispetto a vent’anni fa, con un impatto diretto sul potere d’acquisto. Nel 2024, quasi un italiano su 10 ha rinunciato a cure necessarie. Nel “Rapporto annuale 2025” dell’Istat, è il dato più alto degli ultimi anni: si passa infatti dal 6,3% nel 2019 al 9,9% di oggi con un balzo di oltre due punti nell’ultimo anno. Le cause sono le liste d’attesa lunghe e costi proibitivi, che colpiscono in modo diseguale a seconda del reddito, del territorio e del genere.

I dati relativi alla disoccupazione sono ancora fiacchi, soprattutto per il Mezzogiorno. Accanto alla disoccupazione cresce un fenomeno sempre più diffuso: “il lavoro povero”: secondo i dati dell’Istat del 2023, esiste “un’elevata percentuale di lavoratori che, nonostante siano occupati, rischiano di cadere in povertà a causa di retribuzioni orarie troppo basse, o perché svolgono lavori precari o a tempo parziale”. Sono i cosiddetti working poor: la Caritas conferma che a chiedere aiuto è “quasi un beneficiario su quattro” appartenente alla categoria del “lavoro povero”. A decretarne la diffusione è la stagnazione dei salari.

Il cosiddetto riarmo progettato e attuato dall’Europa e il corposo supporto economico elargito all’Ucraina dall’Italia definiscono le nuove priorità del nostro Paese. L’Italia, una nazione a vocazione democratica che sostiene l’uguaglianza e la partecipazione. E celebra il lavoro nel primo articolo della Costituzione può e deve restituire dignità, libertà e voce a tutti coloro che la stessa Costituzione difende e tutela nei sui articoli.

*Insegnante

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