Australian Open, Rafter: “Basta chiedere montepremi sempre più alti!”
In un momento storico nel quale arriva più forte che mai la richiesta da parte dei giocatori per un prize money che rifletta una più equa distribuzione dei ricavi tra tornei e tennisti, c’è una voce fuori dal coro che esorta gli assi della racchetta a desistere in questa battaglia e in un certo senso accontentarsi degli attuali montepremi che sono già i più alti della storia.
L’australiano Patrick Rafter, ex n. 1 del mondo e due volte vincitore dello US Open, durante un evento patrocinato dalla Emirates, linea aerea ufficiale dell’Australian Open e di tutti gli altri tornei dello Slam nonché del circuito ATP, ha espresso dubbi sull’opportunità di continuare a perseguire premi sempre maggiori proprio mentre questi sono già a livelli record.
“I ragazzi sono pagati molto bene e i compensi continuano ad aumentare ogni anno. I tornei si assumono un rischio ogni anno, e sono loro a metterci i soldi e a trovare i fondi, quindi devono avere anche loro un ritorno”. Queste le parole di Rafter riportate da tutti i giornali australiani e in netto contrasto con quanto dichiarato da De Minaur nel corso della sua prima conferenza stampa.
“Non si tratta del fatto che chiediamo di più e che siamo avidi – ha precisato il Top 10 – Queste sono alcune delle cose a cui potenzialmente i media si aggrappano, e quelli diventano i loro titoli, ma è tutta una questione di prospettiva. Quello per cui stiamo lottando è migliorare il nostro sport e, in definitiva, fare in modo che i giocatori siano meglio remunerati. Al momento siamo incredibilmente ben remunerati, ma quando guardi alle percentuali e alle differenze rispetto ad altri sport, allora è chiaro che c’è margine di crescita. Penso che ciò a cui stiamo cercando di arrivare, in definitiva, sia un punto in cui tutti ci aiutiamo a vicenda a far crescere questo splendido sport”.
Infatti, mentre nelle leghe professionistiche americane solitamente i ricavi (con alcune eccezioni) sono solitamente divisi al 50% tra proprietari dei team e giocatori, nel tennis la percentuale di ricavi dei tornei maggiori che viene riversata nei prize money fatica ad arrivare al 20%.
Ma se accade che Slam e Masters 1000 riescano a produrre grandi profitti edizione dopo edizione, più si scende di livello più la situazione diventa meno rosea.
A un passo dal baratro
“La maggior parte dei tornei durante l’anno non guadagna– precisa Rafter – Questo [l’Australian Open] invece fa una montagna di soldi. Ma allo stesso tempo, il torneo investe in tutte queste infrastrutture e i giocatori continuano comunque a essere pagati molto bene”.
Un torneo a livello ‘250’, infatti, riesce a far quadrare il bilancio solamente grazie a una serie di piccoli sponsor locali che sostengono l’evento per avere un ritorno sul territorio locale, e spesso è sufficiente il mancato rinnovo di un partner di medio livello per potenzialmente far andare in rosso i conti del torneo.
Ma i megaprofitti degli Slam e dei Masters 1000 fanno gola a tutti: l’ATP vorrebbe redistribuire il denaro guadagnato dai Masters 1000 in una serie di altri eventi ‘satellite’ (Challenger, ATP 250 ed eventualmente anche ‘500’) attraverso il progetto One Vision, mentre la PTPA è andata per vie legali e ora cerca di trovare la quadratura del cerchio per ottenere più soldi per i giocatori.
“Quanto denaro volete? – ha polemicamente chiesto Rafter ai suoi ex colleghi – Per quanto mi riguarda, non ne sono un fan. Non mi piace proprio sentire queste cose. Penso semplicemente che alla fine sia avidità. Credo che stiano già guadagnando abbastanza. La cosa mi irrita”.
“Alla fine dei conti credo che siamo tutti partner e che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri – ha concluso il campione del Queensland – Per questo sono più concentrato sul fatto che mi piacerebbe davvero vedere gli Slam destinare la loro quota al benessere dei giocatori. Vorrei anche che una parte andasse al montepremi, certo, ma penso che, prima di tutto, debba andare al welfare dei giocatori [e.g. assicurazione pensionistica e sanitaria n.d.r.]”.