L’ora di Barga
Parte prima
La strada che da Castelnuovo si inerpica nel cuore della Garfagnana, spesso piena di curve e tortuosa, poco prima di Barga si raddrizza per un breve tratto, in fondo al quale si trova appunto la cittadina menzionata dal Pascoli. Castelvecchio di Garfagnana, dove il poeta romagnolo si stabilì con la sorella per ricostruire il nido familiare decimato dalla morte, è una frazione di Barga; e la casa di Pascoli si trova molto vicino alla strada, poco fuori del centro abitato, e vicinissima al viale in salita, piuttosto stretto e scarsamente segnalato, che conduce al Ciocco.
Il giovane amico seduto in macchina accanto a me dorme già da un po’, e questo mi fa molto piacere, perché mi permette di concentrarmi sui miei pensieri (o meglio, e immancabilmente, sui miei ricordi). Qualche mese prima un collega e amico di Roma mi aveva parlato di un convegno internazionale che aveva avuto l’incarico di organizzare, e di tutte le rogne che questa faccenda gli procurava. “Dove si svolge questo convegno?” gli ho chiesto”. “Come se non bastasse – ha replicato – in un posto in culo ai lupi, quasi impossibile da raggiungere con i mezzi pubblici (pensa agli invitati stranieri): mi pare che si chiami ‘il Ciocco’, o giù di lì”. “Il Ciocco?” – ho risposto – ma allora vengo anch’io”.
Tornare lì, ho pensato subito, quasi trent’anni dopo…
E’ vero che arrivare al Ciocco con i mezzi pubblici è quasi un’impresa. Allora – se non ricordo male – c’era un trenino lento come un asino da soma, che batteva stazione dopo stazione tutta la Garfagnana, da Aulla sino a Lucca e ritorno. Era autunno inoltrato, forse i primi di novembre, e i colori erano già al meglio delle loro possibilità. Per cui il viaggio su quel trabiccolo, per quanto infinito, era stato davvero piacevole. Mi ero detto: arrivo alla stazione di Castelvecchio (che sta a fondo valle) e lì, crepi l’avarizia, prendo un taxi e mi faccio portare su fino al Ciocco. Del resto con l’enorme valigia piena di libri (tre o quattro volumi dell’”enciclopedia”, almeno gli ultimi quindici “informatori”, più un paio di manuali sui finali da consultare in caso di “busta”: insomma, il corredo di ordinanza degli scacchisti pre-digitali), non c’era molta alternativa. Ma alla stazione di Castelvecchio non c’era, non dico un taxi; non c’era un cane di nessuno. Solo foglie secche che svolazzavano sul piazzale. Per fortuna è scesa dal treno con me una maestrina lì relegata per prima nomina, che tornava a casa a Firenze ogni fine settimana; e nel frattempo lasciava la sua cinquecento posteggiata alla stazione. Con l‘immensa valigia malamente piazzata sulle ginocchia (la tipa credeva che al Ciocco mi avessero assunto come cameriere; e non senza ragione, perché visibilmente non avevo né l’età né i soldi né le caratteristiche antropologiche di chi va a farsi da solo una lunga e costosa vacanza fuori stagione), il macinino mi ha felicemente condotto a destinazione.
Il campionato italiano del Ciocco, novembre 1977, è stato il torneo più brillante della mia carriera. Mi ero illuso, in quell’occasione, di essere entrato stabilmente nell’élite nazionale, e di poter ragionevolmente puntare in un prossimo futuro, se non al titolo di grande maestro, almeno a quello di maestro internazionale. Purtroppo mi sarei accorto ben presto che mi sbagliavo. Ma proprio per questa ragione quel torneo, e quelle tre settimane passate lì, fanno parte dei miei ricordi più belli, perché mi riconducono a quella sensazione di promessa e di speranza che poi è tutt’uno, come ha ben visto il grande Leopardi, con la giovinezza.
Posteggiamo la macchina e andiamo a prendere le camere. I lavori del convegno iniziano domani mattina, per cui c’è ancora uno scampolo di pomeriggio libero. Tolgo dalla valigia il numero dell’Italia Scacchistica in cui c’è il reportage di quella finale di campionato, con partite, foto, commenti. La cosa che vorrei fare, proprio grazie a quelle foto, è rintracciare la sala torneo. Ricordo che si giocava in una specie di ampio gazebo tutto vetri, qualche decina di metri più in basso in rapporto all’hotel. Pian piano inizio a riconoscere alcune cose, la breve passeggiata a piedi che facevamo per andare a giocare, i piccoli negozietti sparsi lì intorno. Ma purtroppo la sala torneo è irriconoscibile; e non sono nemmeno sicuro che ci sia ancora. Mi pare che al suo posto adesso ci sia una specie di pizzeria, o qualcosa del genere. Persino il profilo dei monti che si intravede nelle fotografie non corrisponde per niente a quello che appare dal vero.
Chiudo mestamente l’Italia Scacchistica, risalgo verso l’albergo, dove cominciano ad arrivare uno dopo l’altro i miei amici e colleghi di oggi. Mentre io ancora mi aspetto di veder comparire da qualche parte il faccione sorridente di Alvise Zichichi, il presente riprende via via possesso dei suoi diritti.
Parte seconda
Ho tralasciato un particolare. Mentre aprivo quel vecchio numero dell’Italia Scacchistica è scivolato fuori un foglietto, ormai piuttosto ingiallito. In fondo c’è scritto: “Castelvecchio Pascoli, 1977”. Sarà l’atmosfera poetica della Garfagnana (non solo a causa di Pascoli: a Castelnuovo, poco lontano da Barga, ha soggiornato per qualche tempo l’Ariosto; e possiamo menzionare anche il Serchio, uno dei Fiumi di Ungaretti, che percorre tutta la valle); sarà il fatto che ormai su soloscacchi la poesia è di casa; sarà quello che volete, mi azzardo a proporre agli indulgenti frequentatori di questo sito il contenuto di quel foglietto, che sino ad ora non aveva mai visto la luce del sole.
Le possibilità che tu possa mai leggere quello che ho appena scritto sono praticamente nulle; e se anche ti capitasse di farlo, non credo capiresti che si parla di te; ma se per uno strano caso si verificasse questa doppia improbabilità, spero almeno di averti strappato un mezzo sorriso. Trentotto anni dopo.