Agente penitenziario morto per fumo passivo: ministero condannato a risarcire la famiglia. Sappe: “Sentenza spartiacque”
Si tratta di morte sul lavoro. L’appello del Ministero della giustizia è stato rigettato, e la seconda sezione civile della Corte di Appello di Lecce ha confermato la condanna a risarcire la famiglia di Salvatore Antonio Monda, morto nel 2011 a causa di un tumore ai polmoni. L’uomo aveva 44 anni ed era un agente di polizia penitenziaria: la causa del suo male è stato il fumo passivo respirato in vent’anni di servizio nelle carceri di Milano, Taranto e Lecce.
I giudici hanno riconosciuto alla famiglia un risarcimento di circa 1 milione di euro: un danno patrimoniale da più di 647mila e “il danno da perdita del rapporto parentale” pari a 294mila. Quest’ultimo tiene conto dell’età e della situazione familiare della vittima al momento della morte: Monda aveva tre figli minorenni.
Nella sentenza viene sottolineato che “l’amministrazione penitenziaria era tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per impedire l’esposizione dei propri dipendenti a fumo passivo”. La mancanza di tutele alla salute, infatti, “integra una violazione del dovere di diligenza e prudenza che incombe sul datore di lavoro pubblico nella tutela della salute del personale”.
Il Sindacato di polizia penitenziaria ha seguito la famiglia di Monda nel corso del processo. Il segretario Federico Pilagatti ha dichiarato: “Il fumo passivo rilasciato dalle sigarette dei detenuti continua ad avvelenare quotidianamente decine di migliaia di operatori penitenziari, oltre ai detenuti non fumatori”. E ha sottolineato come la sentenza “ha segnato uno spartiacque da cui non si poteva più tornare indietro”, trattandosi del primo caso in Europa.
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