World News in Italian

Il sistema vive e fa ancora danni a tutti noi: cinque anni dopo Palamara, nulla è cambiato

Quando cinque anni fa scrissi a quattro mani con l’ex magistrato Luca Palamara il libro Il Sistema non immaginavo che quel racconto sarebbe diventato la base della successiva discussione sullo stato di salute, meglio dire di malattia, della giustizia italiana. La maggior parte delle storture che Palamara, a lungo capo proprio di quel sistema, raccontò e documentò con precisione non smentibile oggi trovano risposta nella riforma della giustizia approvata dal Parlamento e presto al vaglio degli italiani nel referendum di fine marzo. Se il legislatore ha sentito il bisogno urgente e inderogabile di intervenire è perché il “sistema”, incurante di essere stato smascherato e sbugiardato, ha provato a resistere inventandosi una tesi talmente assurda da sconfinare nel ridicolo.

La seguente: Palamara era una mela marcia di una pianta in salute, via lui e spostati un paio di suoi presunti complici tutto è tornato perfettamente a posto, non c’è bisogno di riformare alcunché. Ovviamente le cose non stanno così, basta sfogliare l’album della cronaca giudiziaria e politica degli ultimi anni per trovare conferme. Ma siccome una caratteristica del “sistema” è quella di operare nell’ombra e mimetizzarsi, c’era il bisogno di fare una seconda operazione verità che ha preso forma nel Sistema colpisce ancora, viaggio nel dietro le quinte dei cinque anni di giustizia orfana di Palamara, che – sì – non è più magistrato ma che in quel mondo è rimasto immerso fino al collo e ancora ne conosce trucchi e segreti.

Quello che ne esce è un quadro sconfortante. Nei cinque anni che intercorrono dalla caduta dell’ex membro del Csm, la magistratura ha continuato a difendere i propri privilegi, ha mantenuto e coltivato pezzi di potere che non gli appartengono, ha continuato ad alterare le scelte degli elettori con inchieste politiche e pesanti interventi per contrastare la legittima azione del governo.

Ma non solo. Incapace di autoriformarsi, il sistema giustizia non riesce a invertire il trend che lo vede scivolare sempre più in basso nella classifica di efficienza e affidabilità tra i Paesi europei. Un dato su tutti: ogni anno mille disgraziati finiscono in carcere in seguito ad ingiusta detenzione, un errore odioso che però non prevede pene né sanzioni per il giudice che lo compie.

Il che avvalora il timore espresso dallo scrittore Jorge Luis Borges: «Per avere paura dei magistrati non bisogna essere necessariamente colpevoli». Scrivendo questa seconda puntata della saga ho scoperto pure quale è il difetto peggiore dei magistrati, almeno di quelli che partecipano al grande gioco del potere: mentire. Sì, lorsignori mentono, negano l’evidenza, lanciano cortine fumogene per coprire la verità, sono specialisti nel gioco delle tre tavolette.

I magistrati, quei magistrati, mentono parlando tra di loro e insieme mentono agli italiani, come hanno fatto nel manifesto che la loro associazione di categoria, l’Anm, ha fatto affiggere in molte stazioni e che recita: «Vuoi tu che i giudici dipendano dalla politica?» (nella riforma non si parla mai di giudici, semmai di pm che è ben altra cosa). Quando vi capita di sentire qualche giudice sproloquiare in televisione su questioni che non siano legate alle sue inchieste, un buon antidoto è adottare la ricetta messa a punto da Vittorio Feltri: «I magistrati hanno diritto di esprimere la loro opinione, certo. Basta che sia chiaro che vale quanto la mia o quella del mio fruttivendolo».

Читайте на сайте