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In un’Europa che segue Trump, la Spagna dimostra che un’altra traiettoria è possibile

In un contesto internazionale segnato dal ritorno della politica della paura e dalla normalizzazione di retoriche escludenti, la Spagna di Pedro Sánchez emerge come un’anomalia positiva nel panorama europeo. Diritti, inclusione, multilateralismo e sicurezza umana guidano scelte concrete: dal rifiuto della corsa al riarmo alla politica migratoria, dalla cooperazione internazionale alla diplomazia. Un caso che mostra come un’altra traiettoria di governo sia possibile, anche sotto pressione, senza trasformare la paura in programma politico.

Mentre negli Stati Uniti il presidente Donald Trump e i suoi seguaci riportano al centro un’idea di politica fondata sulla paura, sull’esclusione e sulla criminalizzazione dell’alterità, e mentre in Europa quella stessa grammatica viene sempre più spesso ripresa e normalizzata da vari governi, la Spagna di Pedro Sánchez si sta delineando come una vera e propria anomalia politica (positiva). Un’alternativa coerente fondata su diritti, inclusione, solidarietà, diplomazia e multilateralismo, senza retorica e fuori da una semplice postura comunicativa.

Il caso spagnolo mostra qualcosa di sempre più raro nel panorama occidentale: una coerenza sostanziale tra politica interna e politica estera, tra discorso sui diritti e scelte di governo concrete. In un’epoca segnata dal ritorno della forza come criterio ordinatore delle relazioni internazionali, dalla corsa al riarmo e dalla securitizzazione delle politiche migratorie, Madrid insiste su un’altra idea di sicurezza: la sicurezza umana.

È in questo quadro che va letto anche l’ostinato rifiuto del governo Sánchez di allinearsi alla richiesta di portare la spesa militare della Nato al 5% del Pil, così come l’accordo con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), che porterà a Madrid una parte significativa delle posizioni decentralizzate dalla sede di New York. Non è solo una scelta logistica: è il riconoscimento del ruolo della Spagna come attore credibile del multilateralismo, come spazio politico che investe nella cooperazione, nella governance globale e nella prossimità ai contesti di crisi. In un mondo in cui il trumpismo disprezza apertamente le Nazioni Unite e svuota le istituzioni multilaterali, la Spagna fa l’opposto: le rafforza e le ospita.

Come ulteriore esempio, si può citare la cosiddetta politica estera femminista adottata dalla Spagna, che non è riducibile a un’etichetta progressista ma che rappresenta piuttosto una cornice che ridefinisce le priorità: centralità dei diritti umani e del focus di genere, multilateralismo, cooperazione allo sviluppo sostenibile, prevenzione dei conflitti e diffusione della cultura della Pace, rifiutando l’escalation militare come risposta automatica alle crisi. Infine il riconoscimento dello Stato di Palestina, deciso nel maggio 2024 nonostante fortissime pressioni diplomatiche, si iscrive esattamente in questa visione: riaffermare il diritto internazionale in un contesto globale che lo erode sistematicamente.

Ma è soprattutto sul terreno delle politiche migratorie che la Spagna rompe con il clima dominante. Mentre la retorica trumpista — fatta di muri, deportazioni e punizioni collettive — torna a essere un riferimento esplicito anche in Europa, il governo Sánchez si prepara a una regolarizzazione straordinaria di centinaia di migliaia di persone migranti in situazione amministrativa irregolare. Una misura sostenuta da un’ampia mobilitazione sociale e da una iniziativa legislativa popolare, che riconosce un dato di realtà spesso negato: senza migrazione non c’è crescita, non c’è sostenibilità del welfare, non c’è futuro demografico. I numeri lo confermano: secondo la Banca di Spagna, la popolazione straniera ha contribuito in modo significativo alla crescita del Pil pro capite negli ultimi anni. L’Ine certifica che quasi una persona su cinque nel Paese è nata all’estero e l’Ocse registra un aumento costante dell’immigrazione di lungo periodo.

La risposta spagnola non è la repressione, ma l’inclusione: i diritti come infrastruttura economica, non come costo da comprimere. A rafforzare ulteriormente questa traiettoria si colloca anche il ruolo crescente della Aecid, Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo, l’agenzia pubblica che coordina la cooperazione internazionale spagnola. Negli ultimi anni la Aecid ha aumentato in modo significativo i propri investimenti, riaffermando una visione della cooperazione come politica pubblica strategica e non residuale. Un orientamento che privilegia diritti umani, uguaglianza di genere, coesione sociale, governance democratica e partenariati con l’America Latina e i Caraibi, in controtendenza rispetto ai tagli e alla marginalizzazione della cooperazione osservati in altri Paesi europei.

Non si tratta solo di risorse economiche, ma di scelte politiche chiare e lungimiranti, mirate a rafforzare la cooperazione riconoscendo che la sicurezza non si costruisce esclusivamente con più armi o più muri, ma con istituzioni solide e relazioni internazionali fondate sulla corresponsabilità. Anche in questo ambito, la Spagna si distingue per una lettura strutturale delle crisi globali, distante tanto dalla logica emergenziale quanto dalla retorica securitaria. E in questa cornice si inserisce in questo 2026 un appuntamento di forte valore politico e simbolico: il XXX Summit Iberoamericano dei Capi di Stato e di Governo, che si terrà a Madrid il 4 e 5 novembre 2026. L’incontro, che segnerà il 35esimo anniversario della prima Cumbre Iberoamericana, mira a rafforzare la cooperazione, il dialogo politico e la proiezione internazionale della comunità iberoamericana in un contesto globale segnato da frammentazione, conflitti e ritorno delle logiche di potenza coloniale.

Certo, nulla di tutto questo avviene in un vuoto politico. La Spagna attraversa una fase di forte polarizzazione, frammentazione parlamentare e conflitti istituzionali irrisolti. Ma proprio qui sta il punto: l’alternativa spagnola non è quella dell’uomo forte o della scorciatoia autoritaria, bensì quella — più faticosa — della democrazia sociale, del compromesso, della tenuta dei diritti anche sotto pressione.

Di fronte alla possibile egemonia di un nuovo ciclo trumpista globale — e all’entusiasmo con cui molti governi europei ne adottano linguaggi, priorità militari e politiche di esclusione — la Spagna dimostra che un’altra traiettoria è possibile: crescere senza militarizzarsi, inclusione come reale possibilità di crescita economica, governare senza trasformare la paura in programma politico. Non è un modello esportabile in modo meccanico, né una storia senza ombre. Ma è, oggi, una delle poche contro-narrazioni credibili a una deriva che presenta l’autoritarismo come realismo e l’ingiustizia come inevitabile.

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