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Il mutuo può diventare un cappio: quando i tassi smettono di proteggere i redditi

Per anni ho consigliato una cosa sola a chi si accingeva a contrarre un mutuo, soprattutto se intendeva rimborsarlo in tempi lunghi: tasso fisso. Non per prudenza borghese, perché “così si dorme tranquilli”, ma per aritmetica elementare. E quando parlo di mutuo non mi riferisco solo a quello ipotecario per l’acquisto della casa, ma a qualsiasi forma di indebitamento a medio-lungo termine, garantito o meno, dal mutuo tradizionale ai prestiti strutturati che accompagnano scelte di vita, di consumo o di riorganizzazione finanziaria.

In un mondo di tassi in discesa e redditi immobili, fissare il costo del denaro era il modo più razionale per evitare che, al primo cambio di ciclo, il mutuo si trasformasse in una scommessa. Chi ha bloccato un tasso fisso quando il costo del denaro scendeva ha attraversato indenne la successiva risalita, senza finire nella morsa della variabilità che oggi pesa su chi aveva scelto il variabile. Funzionava perché il contesto lo permetteva. Oggi quel contesto non esiste più.

L’epoca in cui si firmavano mutui sotto l’1% è archiviata. Non sospesa, non in pausa: finita. I movimenti sui tassi interbancari indicano che i tassi fissi (Irs a 20 anni) sono destinati a tornare sopra il 4%, mentre i variabili, oggi ancora meno cari, hanno davanti un percorso di risalita con Euribor 1 mese proiettato oltre il 3% nel prossimo quinquennio. Non è un’anomalia, è un cambio di regime.

Le cause non sono tecniche, sono politiche ed economiche. La spesa pubblica cresce, i deficit si allargano, le tensioni geopolitiche sono diventate strutturali. In Europa si parla apertamente di riarmo e di grandi investimenti infrastrutturali, negli Stati Uniti il costo del debito supera quello della difesa. Tutto questo spinge verso l’alto la parte lunga della curva dei tassi e rende illusoria l’idea di un ritorno rapido ai tassi zero.

Anche l’Italia sta perdendo un privilegio che per anni è sembrato normale: quello di finanziarsi come la Germania senza esserlo. Grazie all’euro e all’aggancio ai tassi Eurirs, le famiglie italiane hanno goduto di tassi che non riflettevano il nostro profilo storico di rischio. Oggi quel vantaggio si sta erodendo. Lo spread tra Btp e Bund è sceso più per le scelte fiscali di Berlino che per meriti italiani. La Germania ha archiviato l’austerità e questo sta riallineando l’Europa verso tassi più alti e più persistenti.

In questo scenario il mercato continua a scegliere in massa il tasso fisso, oltre il 90% delle nuove erogazioni. Ma lo fa guardando nello specchietto retrovisore. L’Eurirs a lungo termine è già oltre il 3% e, se non scenderà, le banche non potranno continuare a comprimere i margini. I mutui fissi sopra il 4% non sono un’ipotesi catastrofista, sono una conseguenza aritmetica.

Il variabile, dal canto suo, oggi costa meno ma non perché sia diventato innocuo. Le curve dei future indicano un ritorno dell’Euribor verso il 3% nel medio periodo e oltre nel lungo. Questo significa rate destinate a salire. La differenza è che nel breve il variabile permette di pagare meno interessi, soprattutto se lo spread viene negoziato davvero e non accettato come una tassa inevitabile.

Il vero problema però non è scegliere tra fisso e variabile. Il vero problema sono i redditi. Dal 2010 al 2024 i redditi reali degli italiani sono cresciuti di appena un punto percentuale. Per più di dieci anni questo dato è stato mascherato dalla discesa dei tassi, che teneva basse le rate. Oggi l’equilibrio si è rotto. Tassi più alti e salari fermi stanno ribaltando il rapporto rata reddito. Non è un dettaglio tecnico, è un nodo sociale.

In questo contesto continuare a parlare di mutui come se fossimo ancora nell’era dei tassi zero è una forma di autoinganno. Il tasso fisso resta una scelta difensiva per chi ha redditi solidi e orizzonti lunghi. Il variabile può tornare ad avere un senso su periodi più brevi, se il debito è gestito e non subito. Ma in entrambi i casi non esistono più scorciatoie.

Il mutuo oggi non è solo un contratto. È una scelta finanziaria in un mondo più instabile, dove la geopolitica pesa anche sulla rata mensile e dove il vero limite non è il tasso, ma il reddito. Ignorarlo significa firmare pensando al passato e pagare nel futuro.

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