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Walk for Peace, la marcia pacifica di alcuni monaci negli Usa che ci parla di vita e di perdita

Ci sono immagini che sembrano semplici e invece spostano qualcosa.

Un gruppo di monaci sta camminando negli Stati Uniti, lungo strade che non hanno nulla di contemplativo: asfalto, camion, semafori, motel. Camminano in silenzio, in fila, spesso a piedi nudi. Non cercano attenzione, non protestano e non spiegano. Camminano e, potremmo dire, la provvidenza pensa a loro: al mangiare, al riposo. Perché i monaci, quando qualcosa non va, non se ne stanno fermi. Si muovono. È il loro modo di rispondere a un disequilibrio.

La Walk for Peace è un vero e proprio pellegrinaggio di oltre 3.700 chilometri, dal Texas a Washington, iniziato lo scorso ottobre e destinato a concludersi nel febbraio 2026. Sono diciannove i monaci del Huong Dao Vipassana Bhavana Center che hanno scelto di attraversare il paese a piedi per promuovere pace, compassione e nonviolenza. Ma il punto non è lo slogan. È l’azione.

Quando emerge una tensione – un conflitto, un disallineamento profondo – i monaci non si chiudono in una stanza a discuterne. Non analizzano, non argomentano, non cercano subito una soluzione; camminano. Il corpo prende il posto della parola. Il ritmo sostituisce il dibattito. Il passo diventa una forma di pensiero incarnato. Non si tratta di una fuga. Camminare significa portare nello spazio ciò che non è ancora risolto, lasciando che il mondo — con le sue asperità, il rumore, l’imprevedibilità — entri nel processo. Il conflitto non viene “gestito”. Viene messo in circolazione.

È stato durante uno di questi cammini, nel 2022, che i monaci hanno incontrato Aloka, un cane randagio di razza Indian Pariah. Non è stato adottato nel senso consueto del termine. È stato lui a scegliere di seguirli e da allora non se n’è più andato. Aloka cammina con loro. Il suo nome significa “luce”, “illuminazione”. Ma ciò che rende Aloka così potente non è il simbolo in sé: è la funzione, il suo stare nel passo. La sua presenza cambia il campo perché mostra che la relazione nasce dalla condivisione del tempo e dello spazio, anche quando il passo rallenta. Anche quando il corpo impone un limite.

Ed è qui che questa storia parla di vita, ma anche di perdita. Camminare insieme significa accettare che non tutto procede in linea retta. Che qualcosa si ferma. Che qualcosa cambia. Che non sempre si va avanti come prima. La perdita, in questo senso, non è un incidente di percorso: è parte del cammino. Non viene rimossa, ma viene attraversata.

Forse allora la domanda non è cosa fare quando qualcosa non funziona. Forse la domanda è: dove portiamo il nostro disequilibrio? Lo chiudiamo in una stanza? Lo riversiamo sugli altri? O siamo disposti a metterlo in cammino, senza la garanzia di arrivare integri? E ancora: che spazio lasciamo, nelle nostre vite, a pratiche che non spiegano ma trasformano?

L'articolo Walk for Peace, la marcia pacifica di alcuni monaci negli Usa che ci parla di vita e di perdita proviene da Il Fatto Quotidiano.

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