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All’ospedale Mauriziano mi hanno assistito e protetto. Per questo trovo più ingiusti tagli e disparità

La salute è un diritto fondamentale dell’individuo garantito dall’art 32 della Costituzione. Ti accorgi quanto sia essenziale e importante nel momento in cui la salute non ce l’hai e devi ricorrere alle cure per ritrovarla.

Ho subito nelle scorse settimane un’operazione lunga e complessa presso il reparto guidato dal professor Alessandro Ferrero presso l’Ospedale Mauriziano di Torino. Un reparto di altissima eccellenza, uno dei migliori in Italia e credo in Europa.
Un’organizzazione direi quasi perfetta, che si occupa del malato/a nella sua interezza, oltre la specificità della disciplina a cui è dedicato il reparto. Oltre alle indiscusse competenze del primario, dei medici che con lui si sono formati: la dottoressa Langella, la dottoressa Russolillo, degli strutturati e degli specializzandi, ho trovato, anche da parte del personale infermieristico e oss, un’empatia, un sorriso, un cercare di trasmettere fiducia e serenità anche nei momenti più critici o di emergenza.

Mi sono sempre sentita non solo curata, assistita e protetta, ma ho percepito quanta passione e abnegazione c’è dietro il loro lavoro. Ognuno di noi dovrebbe trovare durante la propria malattia un percorso così: è proprio quel diritto alla salute inserito a chiare lettere nella nostra Costituzione a prevederlo.

Ma è sempre così? A interpretare i dati dello stato della nostra sanità, a leggere i tanti casi di malasanità, a visitare i molti luoghi di cura fatiscenti che ancora perdurano sul nostro territorio nazionale, direi proprio di no. D’altronde i numeri parlano chiaro: nel triennio 2023-2025 la spesa per la sanità pubblica si è ridotta di 13,1 miliardi di euro, accompagnata da 41,3 miliardi di spesa a carico delle famiglie. Questo definanziamento porta un italiano su dieci a rinunciare alle cure (dati della Fondazione Gimbe).

Questo continuo depauperamento della sanità pubblica impatta sulla salute di donne e uomini in ogni comparto sanitario: prolungamento delle liste d’attesa per qualsiasi esame o visita medica (dodici mesi per una tac o una mammografia), apparecchiature diagnostiche spesso obsolete, non assistenza domiciliare per persone non autosufficienti o over 65 anni (solo il 3%, quando lo stesso Ministero della salute prevedeva una soglia minima del 10%), scarsi investimenti sulla medicina di genere, a cui spesso si dà importanza solo a parole, mentre sappiamo quanto potrebbero cambiare le risposte ai trattamenti, riconoscendo le differenze significative nell’insorgenza, nella progressione e nelle manifestazioni cliniche delle malattie.

Per non parlare della prevenzione, che è un pilastro fondamentale per migliorare la salute pubblica e ridurre i costi sanitari a lungo termine, che subisce, con un atteggiamento non lungimirante, né previdente, anche lei sostanziosi tagli. E l’elenco potrebbe continuare in quasi tutto il territorio nazionale, con alcune regioni virtuose o con singole eccellenze che da sole non bastano però a rendere accettabile il Servizio sanitario nazionale che è stato per anni all’avanguardia e ben posizionato rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea.

Durante il Covid i medici e il personale sanitario sono stati chiamati eroi, angeli, sono state fatte una serie di promesse che si sono perse non appena l’emergenza è finita. Anzi la loro situazione è peggiorata: i tagli del personale producono spesso burnout dovuto a carichi di lavoro eccessivi, turni estenuanti, stanchezza che non permettono di lavorare con la dovuta serenità, e che spesso inducono i medici e le mediche a trovare soluzioni alternative: emigrare in altri Paesi, rifugiarsi nel privato e così perdendo un patrimonio che abbiamo contribuito a costruire nelle nostre Università.

Porterò con me il ricordo di questo periodo, di cui sicuramente avrei fatto volentieri a meno, come di un’esperienza molto positiva ma che mi ha fatto anche riflettere quanto sia ingiusto che ci siano così tante disparità e che spesso proprio le persone più fragili e che non hanno strumenti economici e culturali non riescano ad accedere ad un livello accettabile di cure. Anche in questo caso disattendendo al nostro dettato costituzionale.

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