Il divieto dei social non illuda gli adulti: non risolve il problema e può diventare un boomerang
di Alessandro Tolomelli *
Parlare del divieto ai social per i minori di sedici anni, come quello annunciato dal governo Sánchez in Spagna, e discutere in generale di misure simili che molte nazioni stanno valutando, non è semplice per chi si occupa di educazione. Da un lato, è legittimo e perfino doveroso che la società degli adulti ponga limiti ai cittadini in età di sviluppo: fa parte della responsabilità collettiva definire dei perimetri al libero arbitrio e alla scelta, quando queste cornici proteggono il benessere e lo sviluppo. Dall’altro lato, chi fa educazione non ha tra le sue prerogative quella di legittimare o contrastare direttamente i divieti: facciamo un altro mestiere, giochiamo su un altro campo.
Il compito dell’educatore è immaginare spazi relazionali possibili con i ragazzi, aiutarli a trovare una direzione nel mondo e sostenerli nello sviluppo di una lettura critica della realtà. Questo, però, deve avvenire fuori da una logica paternalistica di controllo o imposizione. Per qualsiasi soggetto — e a maggior ragione per un adolescente — un divieto imposto dall’alto ottiene spesso l’effetto opposto: ciò che è vietato diventa automaticamente interessante. La trasgressione, la ricerca del limite e la curiosità vengono stimolate dal semplice fatto di aver interdetto l’accesso. Il comico Paolo Rossi diceva, paradossalmente, che il modo migliore per invitare i giovani alla lettura sarebbe vietare l’ingresso alle biblioteche: l’appeal si moltiplicherebbe. Il rischio per il divieto ai social sotto i 16 anni è di produrre un effetto simile: alimentare fascino e ricerca di aggiramento.
Al di là di questo paradosso, bisogna chiedersi: perché vietiamo i social? Qual è il pericolo? Luciano Floridi parla di realtà “onlife”: la compenetrazione tra vita materiale e presenze online che agiscono come estensioni identitarie. Non siamo davanti a un territorio estraneo: è parte del mondo in cui i ragazzi vivono, scambiano informazioni, si rappresentano e apprendono. Vietare l’accesso significa negare l’esistenza di uno spazio vitale che richiede alfabetizzazione, non rimozione.
Il problema non è la dimensione digitale in sé, ma le logiche che governano le piattaforme: relazioni spesso violente o persecutorie, dinamiche di amplificazione emotiva, strumenti di engagement basati su gratificazioni dopaminiche immediate, e un impianto commerciale che monetizza l’attenzione. Non esiste, al momento, un social progettato con scopo educativo; il dominus è il mercato, che massimizza il tempo di permanenza e l’intensità degli stimoli, non la qualità delle relazioni.
Vietare i social ai minori di 16 anni finisce per comunicare che la società adulta non è in grado di regolamentare uno spazio vitale fondamentale e che, d’altro canto, non esistono più tanti altri spazi vitali materiali, in presenza, fruibili dagli adolescenti fuori dal controllo ossessivo degli adulti. Per salvaguardare le nuove generazioni, si sceglie la scorciatoia dell’interdizione, sottraendo un diritto di accesso e rinunciando a un’educazione alle relazioni digitali.
C’è poi un secondo rischio: se il divieto non viene fatto rispettare, diventa un boomerang. Non solo accresce la fascinazione, ma sancisce l’impotenza della regola e di chi la enuncia. È ciò che vediamo con il fumo: la legge vieta la vendita ai minori, eppure gli adolescenti fumano. La norma, legittima sul piano giuridico, non basta sul piano educativo. Si rischia così di attivare una forma di ipocrisia che mina l’autorevolezza degli adulti: si proibisce ciò che non si è stati capaci di riformare; non si può impedire l’accesso a ciò a cui si è posto un divieto.
Si tratta quindi di accompagnare i ragazzi a elaborare un rapporto “adulto” con le tecnologie. Come accade nelle dipendenze patologiche, occorre cercare di porre un filtro tra l’utilizzo e la fruizione di un determinato strumento o ambiente e la propria capacità di rimanere autonomi e, soprattutto, di applicare il senso critico rispetto all’uso e al rischio di abuso di questo strumento o questa sostanza.
Il divieto può essere legittimo sul piano legislativo, ma non deve illudere gli adulti di aver risolto il problema. Né deve diventare un alibi per non mettersi in gioco nella relazione con i ragazzi. Serve interrogarsi sul senso, sullo scopo e sulle dinamiche neurobiologiche ed economiche dei social che i giovani frequentano. Educare non è sorvegliare, né vietare; è rendere capaci di stare nel mondo — anche quello onlife — con padronanza, autonomia e responsabilità.
In definitiva, ciò che chiediamo alla società non è solo “meno accesso”, ma “più qualità”: piattaforme più sicure, regole più eque, educazione più profonda. Se rinunciamo a educare perché il territorio è complesso, perdiamo la nostra stessa funzione adulta. Se invece accettiamo la sfida, il divieto diventa — al massimo — un margine, un riferimento, mentre la vera protezione nasce dall’intelligenza collettiva che insegna a vivere, insieme, dentro i limiti e oltre gli algoritmi.
* Professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Dell’Educazione Alma Mater (BO)
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