Racchette d’oro: chi incassa davvero nel tennis che macina miliardi
Con gli Australian Open che si sono conclusi domenica 1° febbraio a Melbourne, la stagione tennistica 2026 è ufficialmente aperta. Aperta, sì. Ma non tanto sul campo, dove si rincorrono rovesci, dritti e smorzate, quanto fuori, nelle stanze ovattate dove il tennis ha smesso da tempo di essere solo uno sport ed è diventato un gigantesco business globale, con la racchetta come spinta motivazionale e il bilancio come vero giudice di linea.
Perché oggi il tennis è sempre più popolare e sempre più elitario. Una contraddizione solo apparente. Da una parte in crescita folle, soprattutto in Italia grazie all’effetto Sinner, giovani che impugnano la racchetta in ogni angolo del Paese e un pubblico televisivo che lievita. Dall’altra un sistema chiuso, quasi dinastico, dove una ristretta casta di organizzatori custodisce le chiavi della cassaforte. Un club esclusivo, dove spiccano gli Slam, i quattro tornei più ricchi e prestigiosi dell’anno: Australian Open, Roland Garros a Parigi, Wimbledon a Londra e Us Open a New York.
Come un rituale liturgico, quattro volte l’anno arriva il comunicato stampa con il montepremi record. È il momento in cui gli Slam si presentano al pubblico con la generosità di un sovrano rinascimentale: guardate quanto siamo ricchi. Ma, come ricorda The Athletic (il supplemento del New York Times dedicato a sport&affari) è una narrazione parziale. Perché le cifre dei premi vengono sbandierate con orgoglio, mentre i ricavi complessivi restano spesso avvolti da una nebbia molto fitta
Gli Australian Open mettono sul tavolo poco meno di 75 milioni di dollari di montepremi, il 16 per cento in più rispetto al 2025 quando si erano fermati a 58. Applausi. Roland Garros lo scorso anno aveva una dote di 56 milioni e Wimbledon di 73. I premi 2026 si conosceranno più avanti. Chiude la stagione l’US Open, che fa la voce grossa con 90 milioni: record assoluto. Nel complesso, nel 2025 i quattro Slam hanno distribuito oltre 277 milioni di dollari. Quest’anno il primato è destinato a essere frantumato considerando di quanto è cresciuto jackpot messo in palio a Melbourne.
Dietro le quinte però tanta ricchezza racconta un’altra storia.Perché i quattro tornei maggiori generano un fatturato oltre 1,5 miliardi di dollari all’anno. E qui la magia si rompe. A Melbourne i giocatori incassano circa il 15–20 per cento degli introiti complessivi di Tennis Australia che organizza il torneo. Percentuali simili a Parigi, Londra e New York. Lo US Open, pur campione mondiale di montepremi, destina ai giocatori poco più del 15 per cento di entrate che nel 2025 hanno sfiorato i 560 milioni di dollari. Tradotto: la torta è enorme, la fetta ai protagonisti relativamente sottile.
Nel resto del circuito va un po’ meglio. Nei tornei Atp (maschile) e Wta (femminile) si oscilla, secondo le stime, tra il 25 e il 40 per cento. Nei Masters 1000 ATP viene assegnata la metà. La Wta, invece, naviga a vista, con un sistema più frammentato. Il paradosso è servito: proprio negli Slam, l’Olimpo del tennis, chi scende in campo prende proporzionalmente meno che altrove. E molto meno rispetto agli sport di squadra professionistici, dove il 50 per cento dei ricavi ai giocatori è la norma.
Da qui la frattura. Gli atleti – quelli che riempiono gli stadi, attirano sponsor e fanno vendere diritti tv – contestano da anni la divisione della torta. Nel 2025 la tensione è salita: lettere formali agli Slam, firmate da top ten Atp e Wta, richieste di maggiore rappresentanza e di una distribuzione più equa. Senza i campioni gli stadi restano vuoti e le tv non si accendono. Novak Djokovic, come già fece ai tempi del Covid rifiutando il vaccino, ci ha messo la faccia. Ha ricordato che negli sport americani i giocatori prendono metà dei ricavi. Nel tennis molto meno. Ha fondato la Ptpa (Professional tennis players association), per dare voce a chi fino a ieri aveva solo una racchetta in mano. Ha poi preso le distanze per divergenze su governance e trasparenza, ma il messaggio resta. L’associazione ha promosso anche una causa antitrust: obiettivo dichiarato, riformare il sistema.
Gli organizzatori rispondono parlando di investimenti, sviluppo dei settori giovanili, sostegno ai tornei minori. Tutto vero. Ma con un effetto collaterale evidente: la crescita si concentra soprattutto nei Paesi che già ospitano uno Slam o i tornei più ricchi, ampliando il divario con il resto del mondo. Un sistema chiuso, senza gare d’appalto, senza rotazione. Gli Slam non si spostano, non si contendono. O ce l’hai, o resti fuori.
Eppure qualcuno sogna di scalfire questo monopolio. Indian Wells, in California, si dice pronta soprattutto dopo il trasferimento nel 2000 all’Indian Wells Tennis Garden. Miami, un tempo suo gemello, oggi appare un po’ appannato. Cincinnati ha rifatto la casa con 260 milioni di dollari e strutture all’avanguardia, ma la geografia non aiuta. Due Slam negli Stati Uniti sarebbero davvero troppi. Così la candidatura più forte resta quella dell’Arabia Saudita, che ha messo sul tavolo 100 milioni, sognando di diventare la quinta stella nel firmamento mondiale del settore. L’ambizione, per ora, è stata ridimensionata a un evento maschile da 56 giocatori in partenza nel 2028.
Anche l’Italia ha provato a mettersi in corsa facendo salire di categoria gli Internazionali di Roma, non per slogan ma per status. Il presidente della Federtennis Angelo Binaghi voleva allungare il torneo a tre settimane, cercando di acquisire Madrid con l’appoggio del fondo svedese Eqt, specializzato in operazioni immobiliari e infrastrutture. Non è andata. Ma il sogno resta.
Roma ha il Foro Italico, il fascino, 60 milioni già stanziati per ammodernare l’impianto, il centrale intitolato a Nicola Pietrangeli da 12.700 posti e un tetto entro il 2028. Ma c’è un ostacolo politico-sportivo non da poco: all’Italia sono stati assegnati gli ATP Finals di Torino. Difficile immaginare che il sistema conceda anche lo Slam.
Nel frattempo il tennis che conta – non per il ranking ma per il conto corrente – è ripartito da Seoul. Sinner contro Alcaraz, 2 milioni di euro a testa per un’esibizione. Biglietti oltre i 3 mila euro. Due brand globali più che due giocatori. Poi la pagliacciata glamour del Million Dollar 1 Point Slam a Melbourne, cui hanno partecipato le stelle mondiali del tennis, sia uomini sia donne. Una partita decisa da un solo punto, 570 mila euro al vincitore. Li ha portati a casa un dilettante, Jordan Smith, che con il premio comprerà casa. Ha giocato la finale contro Joanna Garland, una connazionale altrettanto sconosciuta. Fuori Sinner battuto proprio da Jordan, fuori Alcaraz che ha perso contro la greca Maria Sakkari, numero 49 nella classifica delle donne. Varietà, circo, spettacolo. Non tennis, ma intrattenimento. Nella Rod Laver Arena, come un antipasto kitsch prima del piatto principale.
Comunque Sinner piace sempre di più e macina sempre più soldi: arriva da un 2025 da 66 milioni complessivi, quasi 130 mila euro per ogni ora in campo. Numeri da multinazionale cui bisogna aggiungere le sponsorizzazioni e gli introiti come testimonial pubblicitario. Il traguardo dei 100 milioni superato facilmente.
E mentre il tennis globale si interroga su soldi e potere, l’Italia incassa sfruttando questo momento magico: due giocatori fra i primi cinque (Sinner e Lorenzo Musetti) e otto nei primi cento. Jasmine Paolini numero otto fra le donne e oro olimpico nel doppio insieme a Sara Errani. Così la crescita del movimento diventa esponenziale. La Federtennis ha superato la Figc nei ricavi 2025: oltre 230 milioni di euro. Il calcio resta più popolare, ma il tennis cresce, esplode, sorpassa negli incassi. Cinque milioni di praticanti contro 4,3 del calcio. Tesserati triplicati. Ascolti tv che in certi casi superano la Nazionale.
La vera partita del 2026, insomma, non è tra Sinner e Alcaraz. È tra chi gioca e chi incassa. Tra chi suda e chi firma. E come spesso accade nel tennis moderno, potrebbe decidersi non al quinto set, ma a colpi di bilancio. Con la racchetta, questa volta, appoggiata al muro.