Costi alti e lunghe attese: due milioni di lombardi rinunciano a curarsi
PAVIA. Le criticità del servizio sanitario nazionale – su tutte le liste di attesa infinite e le numerose prestazioni non rimborsabili – costringono ormai molti cittadini a rivolgersi al privato. Ma c’è tutta un’ampia fetta di popolazione che non accede al privato, semplicemente perché non se lo può permettere. E così rinuncia alle cure. Accade soprattutto in ambito dentistico, per l’acquisto di occhiali, per i farmaci senza ricetta o per visite ed esami specialistici.
In quasi la metà dei casi (45%), chi è stato costretto a rinviare una cura per motivi economici è andato incontro a problemi importanti, a volte molto gravi. In questo senso i dati contenuti nell’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca Mup Research fanno riflettere. In Lombardia, nel 2025, oltre due milioni di pazienti hanno rinunciato a curarsi.
Le richieste di prestiti
Sempre secondo l’indagine nel 2025 ben il 79% dei pazienti ha fatto ricorso, almeno una volta, al regime di solvenza. Con costi non trascurabili. Tanto che quasi 190mila i pazienti pur di non rinunciare a curarsi o, comunque per non appesantire troppo il budget familiare, hanno chiesto un prestito a finanziarie, amici o parenti. Nel 46% dei casi a presentare domanda di finanziamento è stata una donna, percentuale più elevata rispetto alle richieste di prestito totali in Lombardia.
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Qualche giorno fa già il direttore della Caritas di Vigevano don Moreno Locatelli aveva lanciato l’allarme. «C’è una fetta di popolazione sempre più grande – aveva detto – che, pur lavorando, è costretta a scegliere. O meglio, a rimandare, e non sempre “rimandare” è la scelta migliore. Non riguarda solo Vigevano, ma noi qui ne stiamo incontrando tantissimi. Prima magari interessava per lo più i disoccupati, che però avevano qualche esenzione e una soluzione si riusciva a trovare. Poi si sono aggiunti gli stranieri irregolari, che quindi, non avendo la tessera sanitaria, come unica alternativa hanno il Pronto soccorso». Il primo passo è stato invitare tutti i professionisti della salute a farsi avanti per capire insieme come dare una risposta concreta a queste persone che hanno diritto a curarsi.
La Caritas di Pavia
Anche il direttore della Caritas diocesana di Pavia, don Franco Tassone, si associa nella segnalazione di una situazione ormai incontrollabile. «Se molti nostri concittadini sono costretti a rinunciare a curarsi perché costa troppo, significa che abbiamo perso tutti – dice don Tassone –, abbiamo perso perché siamo parte di una collettività che non è in grado di redistribuire il reddito in modo tale da garantire a tutti una vita dignitosa e abbiamo perso perché il sistema sanitario pubblico non è più in grado di assolvere a quel compito che gli è stato assegnato dalla nostra Costituzione. Siamo ormai nell’economia della rinuncia, dove tante famiglie devono operare delle scelte: o curano i denti dei bambini o curano sé stessi oppure mandano i figli a fare sport. Il pronto soccorso è pieno, esistono a Pavia dei presidi di attenzione alla persona che funzionano bene come lo sportello per gli immigrati del Policlinico e la casa della comunità. Però non basta: è un problema strutturale, che invita a metterci tutti insieme, perché non stiamo trattando la salute come un bene quale invece è».