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Milano Cortina 2026, la scelta insensibile del Cio: perché impedire a un atleta di ricordare i morti?

Vladyslav Heraskevych si presenta sulla pista di Cortina con un casco diverso dagli altri. Non ha colori sgargianti, non ha sponsor. Ha solo dei volti. Volti di ragazzi che non ci sono più: più di 650 sono gli atleti e gli allenatori ucraini uccisi in quattro anni di guerra. Alina Perehudova, 14 anni, pesista, abbattuta da un cecchino russo mentre scappava. Dmytro Sharpar, pattinatore artistico, caduto a Bakhmut. Yevhen Malyshev, 19 anni, biatleta, ammazzato mentre portava aiuti umanitari. E, purtroppo, tanti altri.

Il portabandiera ucraino, alla sua terza Olimpiade con lo skeleton, aveva trovato il modo più semplice e dignitoso per ricordarli: incollare le loro foto sul casco, quello che le telecamere inquadrano, dato che la disciplina si corre a pancia in giù. Nessuno slogan, nessuna propaganda. Solo il doveroso ricordo di ragazzi morti ingiustamente . E invece no: il Comitato Olimpico Internazionale lo ha bloccato immediatamente, invocando l’articolo 50 della Carta Olimpica. Troppo «politico», dicono. Meglio una discreta fascia nera al braccio.

Il doppio standard a Milano Cortina

Qui casca l’asino. Perché mentre a Heraskevych viene impedito di onorare i morti, lo snowboarder Roland Fischnaller si presenta tranquillamente con la bandiera russa sul casco e nessuno batte ciglio. Certo, Fischnaller voleva solo mostrare i vessilli dei paesi dove aveva gareggiato, ed è giustamente liberissimo di farlo. Ma perché questo doppio standard, nel momento in cui si tratta della bandiera del Paese invasore? Dov’era, lì, il Cio?

E ancora: Arkadij Dvorkovič, presidente della federazione scacchi russa, si aggira per lo stadio olimpico con una maglia «Cccp», l’acronimo in alfabeto cirillico dell’Unione Sovietica. Il regime comunista che ha causato milioni e milioni di morti. Nessuno lo ferma, nessuno si scandalizza. E invece Heraskevych, che vuole solo ricordare chi (ahimè) non può più competere, diventa improvvisamente un problema.

Il portavoce olimpico Mark Adams ha parlato di «compassione e comprensione». Peccato che questa compassione si traduca in un divieto secco insensato, mentre per altri vige la più totale indulgenza. Quale compassione c’è nel mettere a tacere la memoria? Quale comprensione nel permettere simboli russi e vietare volti ucraini?

Perché questa regola va riscritta

Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha difeso il suo atleta: «Ha ricordato al mondo il prezzo della nostra lotta. Questa verità non può essere etichettata come manifestazione politica». Heraskevych ha annunciato che correrà comunque con quel casco. «Mi si spezza il cuore», ha detto quando gli è stato intimato di toglierlo. Ma non si fermerà.

Quel che resta, ad ogni modo, è un interrogativo brutale: se ricordare i morti è politica, cosa non lo è? E se onorare chi non può più salire su un podio olimpico viola una regola, allora quella regola va riscritta. Perché il Cio non può predicare pace e fratellanza e poi impedire a un atleta di commemorare i suoi compagni scomparsi. Ai caduti di guerra si dedicano monumenti, cippi, lapidi. Heraskevych aveva chiesto solo un casco. Troppo. Meglio che i morti restino dove stanno: sottoterra e nel silenzio.

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