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‘Sognavo Gettysburg’, il pellegrinaggio laico in un’America che non ha mai smesso di combattere i propri fantasmi

C’è un’ossessione sottile che attraversa l’Atlantico, una sorta di mal d’America che non riguarda i grattacieli di Manhattan o le luci di Los Angeles, ma il fango della Virginia e il sibilo dei proiettili Minie. Carlo Miccichè, con il suo Sognavo Gettysburg (Edizioni Ares), si mette al volante e attraversa il cuore pulsante e ferito degli Stati Uniti, regalandoci un diario di viaggio che è, allo stesso tempo, un atto d’amore e un’analisi clinica di un mito.

Se la storiografia accademica ci ha abituati a mappe fredde e statistiche sulle perdite, Miccichè sceglie la strada del passo del narratore. Il suo è un itinerario che va dalla Pennsylvania alla Georgia, ma la sua bussola non è solo storica: è cinematografica. In queste pagine, il fantasma di Robert E. Lee cammina accanto a quello di Clark Gable. Miccichè capisce perfettamente che noi, figli della cultura pop, non possiamo guardare ad Antietam senza vedere i filtri color seppia di Hollywood.

Il libro non è solo una guida ai campi di battaglia; è un’immersione nelle rievocazioni militari, in quel limbo dove uomini del 2025 indossano giubbe di lana grigia per sentire sulla pelle l’odore della polvere da sparo nera. È qui che Miccichè brilla, restituendoci l’atmosfera di un mondo che, come recita la citazione di Whitman in apertura, affronta vittoria e sconfitta “con identico cuore”.

Leggere Miccichè oggi significa inevitabilmente farlo dialogare con un pilastro della narrazione bellica americana in Italia: Raimondo Luraghi. Se la storia della guerra civile americana di Luraghi rimane la cattedrale, l’opera definitiva che analizza la logica industriale e strategica del conflitto, Miccichè ne rappresenta il fuori campo. Dove Luraghi spiega perché il Sud non poteva vincere, Miccichè ci racconta cosa resta di quella sconfitta tra i monumenti e le strade secondarie.

Si potrebbe confrontarlo, forse, anche con Alabama di Alessandro Barbero. Se quest’ultimo usa il romanzo per scendere nel fango, nella crudeltà e nella lingua sporca della guerra, Miccichè mantiene la pulizia del viaggiatore colto ma appassionato. Entrambi però condividono la stessa urgenza: togliere la patina di santità alla Storia per restituirle la sua dimensione umana, fatta di sogni interrotti e polvere.

Sognavo Gettysburg non è solo un titolo, è la confessione di un pellegrinaggio laico in un’America che non ha mai smesso di combattere i propri fantasmi. Miccichè scrive con un ritmo spigliatissimo, quasi da road movie. Non serve essere esperti di balistica per godersi questo volume; basta avere la curiosità di capire perché quel conflitto, terminato nel 1865, continui a definire l’identità di una superpotenza globale.

È un libro per chi ama il cinema, per chi ha consumato le pagine di Mitchell e per chi, almeno una volta, ha sognato di trovarsi in cima a Little Round Top a guardare la storia che accade. Che scorre.

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