Lo spettacolo dedicato a Buñuel con il visionario Morau al Fraschini
PAVIA. Sabato 21 febbraio, alle 20.30, per la stagione della danza al Fraschini sarà la volta di Marcos Morau con "Sonoma", lo spettacolo portato in scena dalla sua compagnia "La Veronal". Nato nell’estate 2020, subito dopo la primissima ondata di pandemia che ha scosso il mondo, “Sonoma” – ispirato alle opere e alla vita del regista Luis Buñuel, maestro del cinema surrealista– è lo spettacolo pluripremiato che ha consacrato Morau alla fama internazionale, alla celebrità e al riconoscimento dopo comunque molti anni dalla fondazione (nel 2005 a Valencia) della sua compagnia. I motivi di un così clamoroso successo sono l’istituzione di un linguaggio scenico molto originale che deriva dalla formazione: Morau non nasce infatti come coreografo né danzatore, ma viene dalla fotografia, dalla regia, dal teatro. La sua capacità è quindi quella di ibridare molte altre forme, caratterizzato da un personale e riconoscibile gusto e talento nella creazione di immaginari nuovi, sempre diversi e ben delineati in ogni produzione, che attingono ad un universo visuale che unisce il pop e il colto, l’alto e il nazionalpopolare. È proprio il ritratto fotografico di moda uno dei rimandi più forti e concreti in questa messa in scena: a partire dalla scelta di usare i pannelli fotografici, come in un set da studio, montati su ruote, luci-lampada, oppure casse nere da teatro con le ruote, vero materiale di attrezzeria che diventa elemento scenico fondamentale. “Sonoma” è, in tutto e per tutto, una creatura del suo autore.
Si fa fatica a chiamarlo solo spettacolo di danza, o soloteatro fisico. Al suo interno coabitano recitazione, canto, suono dal vivo, oltre a una danza di rara qualità, senza soluzione di continuità. Le interpreti sono nove donne straordinarie, aliene, angeliche e luciferine. Una categoria che sfiora il mito, che raccoglie un immaginario più o meno vasto di referenze a cui il coreografo strizza l’occhio: se da subito vediamo le donne ai piedi della croce di Gesù, chine a legarne corde e chiodi, esse diventano amazzoni, poi educande in candidi vestiti bianchi vittoriani e ancora idoli sacri con i copricapi di gigli bianchi, come delle madonne in processione, oppure contadine con il fazzoletto in testa, in altri momenti un po’ ancelle vestite da Frida Kahlo, un po’ modelle da copertina patinata. Anche le tematiche sono molte: tra queste tornano diverse volte quelle della morte e della vita. Un ulteriore elemento da sottolineare, oltre alla genialità e all’efficacia espressiva dei bei costumi, sono gli utilizzi delle ampie gonne: nella prima sezione, ad esempio, quando le danzatrici scivolano a lungo sul pavimento come nella danza “Beriozka”, in cui le donne sembrano volare veloci senza muovere i piedi, dando l’idea di essere conturbanti e compiacenti fantasmi di carne e ossa. E poi ancora nella sezione finale, quando le danzatrici si apprestano a girare vorticosamente facendo aprire e roteare le leggere gonne bianche, che si gonfiano in aria come trottole di carta. —