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Federico Canavesi e i volontari del camion sanitario di Emergency a Milano: “Curiamo molti pazienti cronici”

Oleggio è un paese del Piemonte di 13.000 abitanti situato alle soglie della Lombardia. Da qui, un pomeriggio (qualche volta due) alla settimana, da sette anni, il dottor Federico Canavesi, 63 anni, si mette in macchina e va a Milano. Destinazione? Il Politruck sanitario di Emergency, una sorta di camion attrezzato per le cure primarie che fa parte del “Programma Italia” della Ong. Cure primarie che sono la sua specializzazione, visto che Federico è un medico di medicina generale nel suo paese, una sentinella tra il paziente, il territorio e le strutture specialistiche a cui indirizzare i pazienti. Federico è passato attraverso il Covid – “Nella sfortuna noi siamo stati fortunati, la nostra Asl è stata la prima che ha realizzato le unità di assistenza territoriale per il Covid, quindi avevamo un grande supporto nel gestire a domicilio i pazienti” –, ma al suo lavoro come medico “di base” ha sempre aggiunto esperienze come volontario.

Ad esempio, in Albania, dove ogni anno va insieme a un gruppo di dentisti, una pediatra, un cardiologo e dei fisioterapisti a visitare zone rurali per offrire cure gratuite per chi ne ha bisogno. Oggi il progetto a cui si dedica è quello di Emergency. “Non sono un chirurgo di guerra, ma in questo momento in cui la tutela dei diritti e la solidarietà sembrano scemare ho pensato che su questo fronte potevo essere assai utile”. Il progetto offre infatti assistenza sanitaria alle persone che non hanno accesso al Sistema sanitario nazionale in maniera strutturale. Migranti senza permesso o irregolari, persone che non sono a conoscenza del diritto di avere le cure. Sono uomini ma anche donne, “ad esempio molte donne che vengono dal Sud America a fare le badanti, poi magari il loro permesso di soggiorno scade e restano in un limbo”.

Federico racconta: “Ci spostiamo con il nostro autobus nelle zone di Milano con maggiore bisogno, la stazione centrale, la zona di San Siro e altre parti della realtà milanese. I pazienti accedono alla nostra struttura mobile per esigenze sanitarie ma anche amministrative, come ottenere il codice STP (Straniero Temporaneamente Presente) che consente l’accesso agli esami e alle cure”. Che tipo di pazienti transitano qui? “Inizialmente mi aspettavo soprattutto persone senza dimora che dormivano all’aperto o magari qualcuno infortunato, in verità la stragrande maggioranza delle utenze è costituita, una cosa che mi ha stupito, da pazienti cronici. Persone che soffrono di diabete, hanno una cardiopatia, una broncopneumopatia cronica ostruttiva, ma anche, addirittura, malattie neoplastiche. Cerchiamo di trovare il modo, secondo le normative vigenti, perché la loro necessità di cura sia rispettata, compilando le impegnative, richiedendo gli accertamenti necessari alla gestione della loro situazione, fornendo alcuni farmaci a disposizione (possiamo prescrivere esami ma non prescrivere ricette). Un po’ le stesse cose che faccio con i miei pazienti, solo che queste persone sono in condizione di fragilità maggiore perché la loro situazione abitativa, logistica e sociale è ancora più pericolosa, quindi rischiano di avere complicanze maggiori”.

Si tratta, ripete Federico, soprattutto di persone che non hanno il permesso di soggiorno, persone che senza l’aiuto di Emergency finirebbero al Pronto soccorso “ma solo nel momento in cui si verifica l’emergenza e qualcosa si rompe. Noi cerchiamo di fare in qualche modo prevenzione e in questo senso facciamo risparmiare il Sistema sanitario nazionale, riducendo gli accessi in pronto soccorso, appunto”. Nell’autobus ci sono anche infermieri che lavorano sul fronte dell’educazione alimentare, all’igiene all’attività fisica. Ci sono a disposizioni anche vari depliant in diverse lingue, con informazioni e numeri utili e soprattutto, fondamentali, ci sono mediatori culturali che accompagnano traducono e supportano in ogni relazione con il sistema sanitario. “Senza di loro non potremmo far niente”, precisa Federico.
Il fatto di essere una presenza costante sul territorio e stabile consente anche alle persone di fare gli esami necessari e di riportarli agli stessi medici. A volte i medici di Emergency riescono anche a regolarizzare la posizione delle persone che a quel punto vengono messe in contatto con un medico di famiglia.

Mentre si cura, ovviamente, si ascoltano anche molte storie. “Sono storie che a volte ci commuovono, a volte ci fanno rabbia, ogni persona si porta dietro un viaggio dalle parti più lontane del mondo. C’è chi ha cercato di curarsi il diabete con le erbe che gli erano state consigliate prima della partenza, c’è la persona uscita dal carcere che non sa più dove andare, c’è la ragazza che arriva da una delle tante rotte migratorie e ci chiede consulenza su come gestire problemi di salute ginecologica”. Una persona che le è rimasta particolarmente impressa? “Forse”, conclude Federico, “un signore che veniva dall’Egitto, probabilmente perseguitato politico, era passato per i centri di permanenza temporanea in Libia e gli avevano danneggiato malamente una spalla, forse a bastonate o con il calcio di un fucile. Era disperato perché facendo il falegname non poteva lavorare e non riusciva a lavorare per mandare i soldi ai figli in Egitto. Ma ci sono anche momenti leggeri, in cui si sorride: ricordo ad esempio un ragazzo che aveva fatto la rotta balcanica – venendo dall’Afghanistan – e aveva i piedi tutti blu ed era disperato pensando di avere una malattia. Invece i piedi erano blu semplicemente perché indossava da due mesi le stesse scarpe da ginnastica di quel colore”.

L'articolo Federico Canavesi e i volontari del camion sanitario di Emergency a Milano: “Curiamo molti pazienti cronici” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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