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Sinner e Alcaraz rivelano la dura legge delle “appearance fees”

Nella settimana appena trascorsa si è verificata un’occorrenza piuttosto rara nel mondo del tennis maschile: il n.1 e il n. 2 del ranking mondiale, ovvero Alcaraz e Sinner, nettamente i due giocatori di più grande richiamo in questo momento, hanno giocato lo stesso torneo, e questo torneo non era né uno Slam, né un Masters 1000.

I due si sono ritrovati nel Qatar ExxonMobil Open di Doha, un ATP 500, anche se l’incontro tra i due si è limitato a una sessione di pesca su un barcone organizzata dai canali social del torneo e dell’ATP, dato che come noto Jannik Sinner è stato eliminato nei quarti di finale da Jakub Mensik ed ha mancato l’appuntamento in finale con il proprio arcirivale.

In un mondo che sta diventando quasi liturgico nella sua prevedibilità, si è trattato di una discreta boccata d’aria fresca. Mercoledì 18 febbraio, gli spettatori della sessione serale a Doha hanno potuto osservare uno dopo l’altro sia Sinner sia Alcaraz pagando un solo biglietto, fatto che non avveniva probabilmente da almeno un lustro.

Ma come mai questi due hanno deciso di giocare lo stesso torneo invece di andare a un evento senza il rispettivo rivale e quindi sulla carta con meno ostacoli verso la vittoria finale? Il motivo è molto probabilmente da ricercarsi nel soldo.

Assegni a sette cifre

Secondo i soliti bene informati, Alcaraz e Sinner hanno ricevuto un “appearance fee” (le cosiddette “garanzie”, una volta chiamate “sottobanco” perché erano formalmente vietate ma di fatto tollerate) di 1,2 milioni di euro a testa. Quindi oltre al montepremi (quasi 530.000 dollari per lo spagnolo vincitore del titolo, e solo 78.000 dollari per l’azzurro quartofinalista) i primi due della classifica si sono messi in tasca una somma ben superiore solo per essersi presentati al torneo e aver consentito agli organizzatori di promuovere il proprio evento utilizzando il nome dei due tennisti più in vista del momento.

Qualcuno si potrà scandalizzare, ma ormai da un po’ il tennis funziona così.  Al di fuori degli Slam e dei Masters 1000, che tecnicamente sono obbligatori e quindi non hanno bisogno di procacciarsi Top 10 a suon di assegni, la programmazione dei migliori giocatori ormai dipende da chi offre di più. Lo ha confermato anche lo stesso Tsitsipas, che ha candidamente ammesso di non aver mai partecipato ai tornei della “gira sudamericana” perché le offerte economiche non erano a livello di quelle dei tornei europei e mediorientali nelle stesse settimane di calendario.

E queste dell’impegno qatariota di Alcaraz e Sinner non sono nemmeno cifre da record: nel 2015 Roger Federer decise di partecipare all’ATP 250 di Istanbul, che finì per vincere nonostante qualche prestazione piuttosto opaca, e sembra che per l’impegno sul Bosforo venne pagato una cifra intorno ai due milioni di euro, comodamente più del doppio dell’intero montepremi dell’evento. E lo stesso accadeva anche per gli altri ‘250’ cui partecipava, a partire da quello sull’erba di Stoccarda.

Uno schema perfetto

L’ATP ha organizzato la stagione in modo tale da favorire il più possibile questa proficua macchina da soldi per i propri “top players”: dei 16 ATP 500 in calendario, ben 14 si disputano “a coppiola” ovvero con due tornei dello stesso livello nella stessa settimana:
Rotterdam e Dallas (febbraio)
Doha e Rio (febbraio)
Dubai e Acapulco (febbraio)
Barcellona e Monaco (aprile)
Queen’s e Halle (giugno)
Pechino e Tokyo (settembre)
Vienna e Basilea (ottobre)

Gli unici spaiati rimangono Amburgo (maggio) e Washington (luglio).

Quindi nella settimana in cui ci sono due ‘500’, il tennista (o meglio il suo agente) non deve far altro che giocare al rialzo mettendo un torneo contro l’altro, con i due eventi rivali che, come a quando si devono fare le squadre a rubabandiera nelle gare sulla spiaggia, si litigano prima i campioni di maggior richiamo, e poi via via gli altri, fino ad esaurimento dei… fondi.

A parte le eccezioni di febbraio, infatti, i tornei di solito sono abbastanza intercambiabili: simile collocazione geografica, stessa superficie, stessa funzione “propedeutica” nella logica del calendario e della preparazione. A febbraio, invece, con il circuito sparpagliato per mezzo mondo in occasione del “mese della diaspora tennistica”, di solito si sceglie un continente e lo si mantiene fino all’inizio del Sunshine Double, per cui i conti sulle “appearance fees” vengono fatte mettendo insieme tutti i vari tornei nello stesso “swing”.

Il fattore sponsor

Spesso capita che questi accordi siano pluriennuali, e abbiano un certo grado di flessibilità: per esempio si può richiedere al giocatore di partecipare a tre edizioni del torneo in cinque anni per ottenere un certo compenso, con decurtazioni proporzionali in caso di assenze ripetute.

A incastrarsi in questo meccanismo possono anche arrivare le richieste degli sponsor, tecnici o non tecnici, che possono includere nelle clausole dei contratti l’obbligo di partecipazione a un torneo specifico o a un evento in una particolare area geografica.

Se qualche volta capita di vedere scelte di programmazione abbastanza dubbie, nove volte su dieci il motivo è quello. Un giocatore “da veloce” si iscrive a tutti i tornei sulla terra in Sud America? Può darsi che abbia uno sponsor che abbia messo quella richiesta nel contratto.

Per esempio, nell’anno nel quale John Isner passò dalla Lacoste alla Fila come sponsor tecnico, partecipò a tutti i tornei della “gira sudamericana”: probabile che ci sia stato lo zampino di Fila, marchio molto forte nei mercati dell’America Latina. E poi, Serena Williams si iscrisse un paio di volte (finendo per partecipare una volta sola) al torneo sulla terra battuta di Bastad, in Svezia, la settimana immediatamente dopo il torneo di Wimbledon. Probabilmente il suo contratto con la ditta di cosmetici svedese Oriflame è stato il motivo di questa sua bizzarra decisione.

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