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Le bocce ora vogliono le Olimpiadi: “Basta cliché, siamo una disciplina globale, accessibile e con costi bassissimi”

Alla guida della Federazione Italiana Bocce, il presidente Roberto Favre affronta una sfida ambiziosa: portare le bocce nel programma olimpico. In un panorama internazionale ancora frammentato tra specialità e federazioni, il confronto con modelli unitari impone una riflessione profonda su governance, comunicazione e visione strategica. Nel suo percorso verso il riconoscimento olimpico, il curling ha potuto contare su una sola federazione internazionale forte, la World Curling Federation. Il mondo delle bocce, invece, è storicamente diviso tra specialità e organismi diversi. Favre a ilfattoquotidiano.it parla di opportunità, criticità e alleanze del suo movimento: dalla necessità di un’unica rappresentanza mondiale alla costruzione di un format televisivo moderno, fino allo sviluppo del settore paralimpico e alle prospettive verso i Giochi di Brisbane 2032.

Oggi esiste una strategia concreta per arrivare a una governance unitaria e presentarsi al CIO con una sola voce?
La forza del curling è stata l’unità, noi invece siamo ancora molto frastagliati. Adesso è stata creata la World Bowls Federation che sta lavorando per cercare questa unità. C’è però ancora troppo egoismo, troppa ricerca di valorizzare la propria specialità. Io avrò l’11 aprile, in Lussemburgo, un incontro con la Federazione Internazionale Pétanque e lì esporrò questi problemi. Quello che proporrò è di lavorare per un’unica rappresentanza internazionale coesa. Un coordinamento tra le principali federazioni per essere capaci di presentarsi al CIO con una sola voce, con un piano di sviluppo e una visione strategica.

Raffa, Volo, Pétanque: a conti fatti, questo “mosaico” è più un ostacolo o una ricchezza? Se dovesse immaginare una candidatura olimpica credibile, punterebbe su una sola specialità o magari su un format innovativo capace di sintetizzare le diverse discipline?
Le varie specialità non sono un problema. Sono una ricchezza culturale, una tradizione straordinaria. Il punto fondamentale non è scegliere quale identità sacrificare. Forse l’opzione di scegliere un format olimpico sostenibile, comprensibile e universale deve essere l’obiettivo. Potremmo puntare su un format innovativo che sia di facile comprensione, televisivamente efficace, che mantenga però l’essenza tecnica e strutturale di tutte le specialità delle bocce. Dobbiamo essere un prodotto sportivo contemporaneo.

Alle Olimpiadi invernali abbiamo scoperto come il curling sia diventato sorprendentemente telegenico. Le bocce hanno mai davvero investito in un prodotto televisivo pensato per le piattaforme contemporanee?
Sì, soprattutto nelle prove un po’ più dinamiche come le corse del Volo che durano 5 minuti. Sono state fatte delle riprese importanti, soprattutto in Francia. Però forse non siamo ancora molto bravi, o la Federazione Internazionale non è così brava, nella comunicazione per sviluppare questi prodotti. La corsa è immediata, dura 5 minuti, abbiamo visto anche su Eurosport la Pétanque con giocatori microfonati, con telecamere, con droni. Le riprese erano molto televisive e ci rendevano uno sport davvero telegenico. Certo, bisogna investire di più. Forse sui commentatori, sulla regia dinamica, sullo storytelling degli atleti, per arrivare pronti a queste manifestazioni.

Nonostante nel mondo si stimino oltre 60 milioni di praticanti, l’immaginario collettivo inerente le bocce resta legato al cliché del “gioco da pensionati”. È un problema di comunicazione o di reale ricambio generazionale?
Entrambe le letture. Ancora oggi, qualche volta, capita di vedere un servizio di qualche telegiornale nazionale dove parlano di bocce e si concentrano sugli anziani, o parlano di anziani facendo vedere un servizio sulle bocce. Stiamo investendo molto nella scuola in Italia con i progetti giovanili, abbiamo tanti ragazzi del servizio civile che collaborano con Federazione Italiana Bocce. Dobbiamo essere bravi a raccontare le bocce come uno sport di precisione, di strategia, di concentrazione, preparazione atletica e cambiare il cliché. Lo sport è moderno quando sa parlare alle nuove generazioni.

Guardando a Los Angeles 2028, qual è oggi lo stato reale della preparazione del settore paralimpico?
Parlare di Los Angeles 2028 è una grande opportunità. Dalla fine dello scorso anno, abbiamo creato anche il settore paralimpico all’interno della nostra Federazione perché abbiamo un movimento in crescita. La recente notizia che il nostro atleta Gabriele Zendron si è qualificato di diritto per il mondiale in Corea del Sud di fine agosto è un passo fondamentale, è un segnale che l’Italia può ambire a un ruolo di primo piano nella boccia paralimpica. La qualificazione a Los Angeles è possibile: abbiamo fatto anche degli ottimi risultati nella coppia mista, sia con Gabriele Zendron che con Mirco Garavaglia e Giulia Marchisio. Però vuol sempre dire che stiamo lavorando bene dietro le quinte.

Per Parigi 2024 la Pétanque era tra le candidate, ma il CIO ha scelto la breakdance puntando su un target giovane. Se dovesse parlare direttamente ai membri del CIO oggi, quale sarebbe l’argomento decisivo per dimostrare che le bocce sono a tutti gli effetti uno sport contemporaneo?
Io credo che a Parigi 2024 abbia giocato un ruolo fondamentale, in negativo, il rapporto tra Federazioni internazionali frastagliate, non avendo un interlocutore unico con il CIO. Io direi tre cose importanti. Abbiamo un’universalità reale: le bocce si giocano in tutti i continenti e quindi l’inclusività è un nostro pezzo forte. E poi la sostenibilità: era anche una delle richieste fatte dal CIO in funzione dell’eventuale prova delle bocce a Parigi. Abbiamo costi ridotti, impianti adattabili, basso impatto ambientale. Si era trovata una soluzione vicino al Louvre per fare la Pétanque o le prove di corsa del Volo: due tappeti e un po’ di ghiaia sarebbero bastati. Parliamo di costi bassissimi rispetto ad altri sport. Siamo una disciplina globale, accessibile, coerente con tutte le indicazioni olimpiche.

L’Australia spinge con la campagna “Bowls for Brisbane 2032” e il contesto locale sembra favorevole. In vista di Brisbane 2032, l’Italia sta lavorando diplomaticamente per un’alleanza internazionale strutturata? E quanto conta oggi il peso geopolitico rispetto al merito sportivo?
Conta molto il contesto geopolitico. Il merito sportivo è fondamentale, ma la politica sportiva incide fortemente nelle decisioni che poi andrà ad adottare il CIO. Mancano 6 anni a Brisbane 2032, ma questa può essere una finestra strategica per il nostro sport, soprattutto se supportata dalla Federazione australiana. Noi stiamo lavorando per rafforzare le alleanze internazionali perché siamo consapevoli di quello che ci aspetta. Ne ho parlato anche di recente con il nuovo Presidente del Coni Buonfiglio, avevamo trattato l’argomento con l’ex Presidente Malagò, che è membro del CIO, e probabilmente tutti cercheranno di supportarci in questo nostro obiettivo. Noi inseguiamo questo sogno e cerchiamo di costruire passo dopo passo le condizioni affinché il CIO possa adottare l’inserimento delle bocce come sport olimpico. Ci crediamo.

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