Sanremo 2026 | Sal ha vinto, l’Europa trema. Possiamo davvero presentarci all’Eurovision con un pezzo del genere?
di Laura Ruzzante
Si è concluso il rito pagano. Dopo cinque serate di agonia acustica, televoti stralunati come bilanci di una partecipata pubblica e siparietti che farebbero rimpiangere persino un’interpellanza parlamentare di Gasparri, abbiamo il verdetto. Ha vinto Sal Da Vinci. Con un brano dal titolo profetico: “Per sempre sì”. Un titolo che sembra scritto sotto dettatura da un ufficio marketing della Democrazia Cristiana anni 50 o da un consulente di Palazzo Chigi a caccia di consensi facili tra i nostalgici del neomelodico istituzionalizzato.
Il volere popolare non si discute, ci mancherebbe. Lo diceva anche Pilato prima di lavarsi le mani e lo dicono oggi i sovranisti del telecomando. Ma qui il problema non è la democrazia, è l’igiene mentale. Ammesso e non concesso che il vincitore accetti, la domanda sorge spontanea (direbbe quello vero): possiamo davvero presentarci all’Eurovision Song Contest con un pezzo del genere? Un briciolo di lungimiranza e, se non chiedo troppo, di onestà intellettuale ci vorrebbe. Mandare Sal Da Vinci in Europa è come mandare un cinepanettone a Cannes sperando che non se ne accorgano: un suicidio diplomatico in note.
Da tempo sostengo che il prescelto per l’Europa dovrebbe essere sganciato dal marasma sanremese. È una questione di sopravvivenza. Certo, i precedenti non aiutano: nel 2014 ci provammo con Emma e finì in un disastro nucleare al 21° posto, il secondo peggior piazzamento della nostra storia. Ma passare da quel trauma al conservatorismo rassicurante di Sal Da Vinci è come curare un’emicrania con la decapitazione.
La finale è stata un calvario gestito da Carlo Conti, che ha passato il testimone a Stefano De Martino. Il passaggio di consegne è stato un momento di alta televisione, nel senso che l’altezza era quella dei tacchi delle ballerine. De Martino erediterà un baraccone che ormai non è più musica, ma una succursale dell’ufficio collocamento Rai. Vedremo se il prossimo anno riuscirà a trasformare l’Ariston in un immenso villaggio vacanze o se, come probabile, si limiterà a sorridere mentre il Titanic affonda.
Il tutto mentre il mondo, fuori, bruciava. Gestire una finale con le notizie dell’attacco in Iran richiederebbe una statura che la tv generalista ha smarrito nei meandri dei balletti di TikTok. Meno male che c’era Frassica. In un periodo storico dove non c’è letteralmente niente da ridere, lui resta l’unica garanzia di un’assurdità lucida, l’unico in grado di prenderci per mano e portarci altrove, lontano da questo Festival che, come l’Italia attuale, non sa più se vuole essere un’avanguardia o un museo delle cere.
Sal Da Vinci ha vinto. L’Europa trema. Noi, più modestamente, cerchiamo un tappo per le orecchie.
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