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Milano, il caso del Centro diurno per disabili trasferito: scontro tra famiglie e Comune

Il Comune di Milano dopo l’estate chiuderà il Centro diurno disabili (Cdd) di via Anfossi, struttura d’eccellenza per persone con gravi disabilità, cambiandone destinazione d’uso riaprendo come Centro socio educativo (Cse) per persone con minori fragilità. Gli utenti di Anfossi saranno trasferiti e potranno scegliere tra il Cdd di via Barabino o quello in largo Gonzaga. Decisione comunicata da Palazzo Marino a giugno scorso che ha scatenato la durissima reazione di alcune famiglie. “Contro la scelta di chiudere il Cdd Anfossi trasformandolo in Cse con differenti servizi rispetto agli obiettivi per cui era stato ristrutturato e inaugurato nel 2018 siamo stati costretti a fare ricorso al TAR al fine di opporci al trasferimento dei suoi attuali ospiti”. A denunciarlo a ilfattoquotidiano.it sono Veronica Ghiringhelli e Sabrina Mattii, mamme caregiver di Leonardo e Lorenzo, ragazzi attualmente utenti del centro. Contattato dal Fatto.it l’assessorato comunale al Welfare guidato da Lamberto Bertolè replica che “l’impianto della riorganizzazione dei servizi diurni dedicati alle persone con disabilità è stato condiviso con il Tavolo permanente sulla disabilità, composto anche dai rappresentanti delle famiglie ospiti di vari centri e dagli enti del Terzo settore. L’obiettivo è potenziare i servizi allargando la platea. Con la trasformazione dei Cdd Anfossi e Cherasco – che oggi non raggiungono la capienza massima – in Cse, l’Amministrazione riuscirà a offrire assistenza a 60 famiglie in più rispetto a oggi, garantendo anche la continuità del servizio in una sede vicina con la stessa tipologia di offerta alle persone che oggi frequentano quei centri”.

Le due madri sottolineano, però, “di non essere state coinvolte come genitori nel processo di riorganizzazione. Si tratta di un centro diurno aperto nell’ottobre 2018, dopo 18 anni di lavori. “E’ stato progettato con un investimento di circa 5 milioni di euro di soldi pubblici ed è uno dei migliori a Milano”, dicono, “come struttura per disabili gravi con caratteristiche uniche come un bagno accessibile per tutti con vasca assistita per eventuali casi di incontinenza grave, un giardino e un orto con i vasi rialzati per consentire anche ai disabili in carrozzina di esercitare le attività all’aperto e ha vetrate ampie che rendono luminosi i locali”. Inoltre oltre a essere dotato di ambulatorio medico è attrezzato con sale per varie attività. “Se il Comune di Milano tiene a garantire posti anche agli utenti dei Cse perché non far convivere nella sede di via Anfossi disabili gravi con disabili meno gravi? Non esiste nessuna legge che lo vieta”, attaccano Veronica e Sabrina. Su questo aspetto l’assessorato al Welfare risponde che “non è espressamente vietato aggregare le utenze, ma sarebbe totalmente inopportuno perché parliamo di esigenze diverse che devono essere soddisfatte con un tipo di lavoro diverso”.

Le caregiver hanno fatto ricorso al TAR anche perché “siamo molto preoccupate delle diverse condizioni di assistenza negli altri Cdd con strutture inadeguate alle esigenze peculiari dei nostri figli in carrozzina, in particolare di via Barabino, dove i locali sono parecchio datati e poco illuminati”. Si tratta di scuole pubbliche parzialmente riadattate per l’accoglienza diurna dei disabili. “Nel centro Barabino la sala medica dove ci sono i lettini per accogliere i disabili con malori, crisi epilettiche o sonnolenza da farmaci è un locale molto piccolo”, spiega Veronica. “Inoltre il Cdd Barabino ha solo un cortile ma non un giardino con orto. Le finestre sono poche, alte e dotate di inferriate per cui è impossibile guardare fuori”. Su questo aspetto l’assessorato Welfare assicura che “tutti i Cdd rispettano gli stessi standard regionali necessari per l’accreditamento. Oggi sono 835 le persone inserite nei 40 Cdd comunali convenzionati e offriamo per ciascuno di loro uguali prestazioni, compreso il trasporto gratis con un pulmino”.

Sulla questione è stata coinvolta dalle famiglie anche la Lega per i diritti delle persone con disabilità. “La riorganizzazione dei servizi diurni va letta nel suo complesso a livello cittadino”, dice al Fatto.it Roberto Morali, direttore Ledha Milano. “Comprendiamo il disagio che può generare, per una persona con disabilità complessa, il trasferimento da una struttura all’altra, tuttavia in un’ottica di welfare cittadino non possiamo ignorare il diritto di chi, a oggi, non ha accesso ad alcun servizio: solo per i Cse parliamo di oltre 130 persone in attesa da anni, le cui famiglie pagano di tasca propria la retta. Con importi che possono facilmente superare i mille euro al mese”. “La ‘coperta’ delle risorse pubbliche è corta”, aggiunge Morali, “e il compito non facile di tutti – istituzioni e associazioni – è quello di pensare a come utilizzarle nel modo più equo, cercando di tenere insieme diritti acquisiti di chi oggi già fruisce di un servizio e diritti da garantire a quante più persone possibili con particolare riguardo a chi è fuori dal sistema dei servizi”. Mattii auspica “una sentenza favorevole del Tar perché quello che sta accadendo è che chiuderanno il Cdd Anfossi. Nessuno contesta l’apertura di nuovi Cse e non vogliamo essere trascinati in una guerra tra poveri”, conclude, “ma chiediamo continuità di servizi presso la stessa sede nel rispetto dei bisogni complessi delle persone con gravi disabilità”.

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