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Gli iraniani a Pavia: “Meglio le bombe Usa che il regime degli ayatollah”

Pavia. «Più che le bombe degli statunitensi soffriamo il regime degli ayatollah: a nessuno piace la guerra, ma quando Khamenei è morto abbiamo festeggiato». È questo il giudizio netto di Sadì, iraniano di 33 anni e studente di un master dell’università di Pavia, in merito alla guerra che Israele e Stati Uniti stanno scatenando nel suo Paese con l’obiettivo dichiarato di innescare un cambio di regime che provochi la caduta della teocrazia. È uno dei circa 600 appartenenti alla comunità iraniana dell’ateneo, che in questo momento appare tutt’altro che coesa: «Non sono d’accordo con l’operato di Trump, anche se forse la guerra è l’unico modo per abbattere il regime. Sogno un Iran democratico e tuttavia ho paura per il futuro, temo che le cose possano peggiorare ancora: vedremo a chi darà ragione il tempo». Così la pensa Ava, studentessa 25enne di scienze politiche che, come molti suoi connazionali, osserva con apprensione ciò che sta accadendo nel Paese. Nonostante le differenze di vedute, lo scorso settimana molti iraniani si sono ritrovati in Duomo per festeggiare la morte della guida suprema Alì Khamenei. Nel frattempo Edisu, l’ente per il diritto allo studio universitario, si sta muovendo per supportare con i mezzi che ha gli studenti iraniani.

Nonostante la caduta degli ayatollah sia auspicata dai membri della diaspora iraniana, non manca la preoccupazione per i familiari che ancora vivono nel Paese. «Non è semplice comunicare, in certe zone dell’Iran non c’è rete soprattutto quando sono in corso le operazioni militari. Mio fratello vive ancora lì e anche i miei amici, sono preoccupato per loro» aggiunge Sadì, che tuttavia parla dell’attacco congiunto Israele-Usa come di un «intervento medico per asportare il cancro dal mio Paese, rappresentato dal gruppo mafioso che lo guida». Il 33enne è uno di quelli che sembra acclamare il ritorno di Reza Pahlavi, l’erede dell’ultimo Scià di Persia: una delle figure di riferimento per gli iraniani che coltivano sentimenti monarchico in opposizione alla teocrazia, posizione che sembra condivisa anche da alcune fasce più giovani di popolazione (cioè quelle che non hanno vissuto l’Iran prima della Rivoluzione islamica). «Pahlavi è la persona più affidabile in questo momento – afferma – è da 40 anni che lui parla di democrazia». L’opinione, tuttavia, non sembra condivisa da tutti: «Credo che dietro il sostegno a Pahlavi ci sia molta propaganda – afferma invece Ava – e inoltre molti monarchici non accettano la differenza di opinioni: in questo momento la nostra comunità dev’essere unita, e a volte non mi sembra che lo sia».

Mentre la situazione evolve ogni ora, Edisu si è attivato per tutelare gli studenti in questa fase difficile: la linea dell’ente è di non essere tassativo con la riscossione delle rette per i posti in collegio, dato che diversi studenti ricevono a fatica il sostegno delle famiglie, per via delle difficoltà di comunicazione. «Non possiamo mettere in campo misure specifiche come fu fatto per gli studenti ucraini con un intervento legislativo, perché dal ministero non sono state finora previste. Tuttavia lo scenario attuale non ci lascia indifferenti» spiega Giuseppe Faita, presidente dell’ente per il diritto allo studio. «Stiamo accelerando con l’erogazione delle borse di studio e, a breve, pubblicheremo il bando per il contributo agli affitti, che è atteso anche dagli studenti iraniani». Insieme al sindacato docenti Adrat-Cnu, Edisu sta inoltre partecipando alla raccolta fondi a supporto degli iraniani che vivono a Pavia.—

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