World News in Italian

Così noi di Ciai combattiamo la povertà educativa: una risposta al disagio giovanile oltre i metal detector

di Paolo Limonta*

Vogliamo davvero credere che la soluzione per la sicurezza nelle scuole siano misure autoritarie? Se pensiamo di risolvere il disagio e il malessere di ragazze e ragazzi con i sensori all’ingresso, significa che abbiamo smesso di guardarli negli occhi e capirli nel profondo. Significa che abbiamo perso e fallito, da adulti credibili, davanti alle generazioni più giovani.

Il dibattito polarizzante sull’introduzione dei metal detector nelle scuole, che secondo recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sarebbero già in fase di sperimentazione, è solo uno spunto, un dettaglio di un discorso molto più ampio su cui vorrei porre l’attenzione e la riflessione a beneficio di tutte e tutti noi.

Lo sappiamo bene, i problemi sociali fanno notizia: penso ai recenti, gravissimi episodi che hanno scosso l’opinione pubblica in queste settimane, dai fatti di La Spezia al fenomeno dilagante del bullismo e cyberbullismo, dal malessere psicologico e sociale che sfocia in aggressioni di gruppo, e altro ancora. Ogni volta che la cronaca ci sbatte in faccia questa realtà, la reazione segue un copione identico: indignazione, richiesta di punizioni esemplari e soluzioni tecnologiche.

Quello che vediamo e che esplode è solo la punta di un iceberg, come la campagna di CIAI diffusa in questi giorni sta cercando di far venire alla luce: ci ricorda che quando leggiamo i dati sulla criminalità giovanile, sulla depressione o sugli episodi di violenza nelle nostre città ad opera di giovani o giovanissimi, stiamo guardando solo la parte emersa, quella che fa rumore, che spaventa e che occupa le cronache.

Sotto c’è altro e si chiama povertà educativa: silenziosa, nascosta eppure presente, più vicina di quanto si pensi. E riguarda tutte e tutti noi.

In Italia quasi 3 milioni di minorenni vivono in povertà, di questi oltre un milione si trova in condizione di povertà educativa, come conferma l’esperienza sul campo di CIAI, dal 1968 impegnata con progetti educativi per bambine, bambini e adolescenti, tutelando i diritti e curandosi del loro benessere psicologico e sociale.

Non si tratta solo di indigenza economica, come a una prima impressione potrebbe sembrare: è l’assenza di stimoli, il deserto di opportunità, l’impossibilità di sognare un domani diverso da un presente segnato da carenze affettive e relazionali. Una condizione che persone esperte di CIAI hanno definito perfino con un neologismo, ‘edupsicopenia’, a indicare un malessere psicologico con radici profonde riconducibili a deficit educativi e affettivi.

Nonostante il dato nazionale sulla dispersione scolastica sia sceso globalmente sotto la soglia del 10%, i numeri reali restano drammatici: oltre 400mila giovani sotto i 24 anni hanno abbandonato precocemente gli studi. Quel “non andare a scuola”, quel non sentirsi parte di una comunità, scava un solco profondo tra chi ha diritto a un’infanzia serena e chi viene lasciato indietro. Un adolescente a cui togliamo gli strumenti per comprendere il mondo è un cittadino a cui stiamo togliendo la bussola.

E così torno agli episodi eclatanti che tanto fanno paura. La violenza e l’esclusione sociale che esplodono dal centro alle periferie delle nostre città sono i sintomi finali di una malattia che inizia molto prima: quando un bambino o una bambina smettono di credere che la scuola possa essere una strada di libertà.

Come CIAI, abbiamo deciso di accendere un faro su questo sommerso con una nuova campagna di sensibilizzazione: non certo per allarmare, ma per far conoscere con maggiore chiarezza gli effetti, direi poliedrici, della povertà educativa, dimostrando come questa riguardi il nostro presente e soprattutto il futuro di tante bambine e bambini, adulti di domani. Qualcosa che tocca da vicino chiunque, indipendentemente dall’essere genitori o meno. Non possiamo più limitarci a gridare allo scandalo o richiedere misure autoritarie: dobbiamo avere il coraggio di immergerci sotto l’iceberg e lavorare tutti insieme sulle cause.

Per contrastare la povertà educativa, CIAI fa la sua parte attraverso sei Presìdi educativi all’interno delle scuole italiane, da nord a sud, garantendo il diritto all’educazione, al gioco e alla crescita emotiva, utilizzando anche i linguaggi artistici per intercettare il malessere prima che diventi cronico. E tutto questo insieme alle famiglie di studenti e studentesse, alle associazioni locali, ai territori: un lavoro complesso, che tenta di restituire serenità, bellezza, visione di un orizzonte.

Proteggere oggi un bambino, una bambina o un adolescente per CIAI significa onorare i diritti umani fondamentali e, concretamente, prevenire una possibile e futura deriva sociale.

La sicurezza di una comunità non si misura dalla solidità delle barriere, ma dalla qualità dei legami e dalla capacità di non lasciare nessuno indietro. Siamo consapevoli che questa non è una sfida che possiamo vincere da soli ma un gioco di squadra che deve coinvolgere istituzioni, famiglie, agenzie educative e ogni singolo cittadino.

Da presidente di CIAI e, non da ultimo, da maestro elementare, vi chiedo di guardare insieme a noi sotto la superficie per riconoscere l’indifferenza e scardinare questo meccanismo di esclusione. La lotta alla povertà educativa è la battaglia civile più urgente del nostro presente: è tempo di smettere di rincorrere l’emergenza e iniziare, finalmente, a educare.

*Presidente CIAI Centro italiano Aiuti all’infanzia

L'articolo Così noi di Ciai combattiamo la povertà educativa: una risposta al disagio giovanile oltre i metal detector proviene da Il Fatto Quotidiano.

Читайте на сайте